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mercoledì 19 luglio 2017

A casa di Anna, il bombardamento di San Lorenzo in audio doc

Il 6 marzo scorso è andata in onda per il programma "Tre Soldi" di Radio Tre Rai la prima puntata di Memorie di carta, l'audio documentario sui pezzi e i fatti di carta che non riusciamo, ancora e per fortuna, a dimenticare e che anzi vogliamo riportare alla luce leggendoli e condividendoli a voce alta. Anche davanti a un microfono.

A casa di Anna, la lettera ritrovata (foto A. Rapone)

E' quello che è successo la scorsa estate a casa di Anna, la signora di San Lorenzo che un giorno ritrova la lettera scritta dal fratello Ugo all'indomani del bombardamento del quartiere il 19 luglio 1943 e a cui ho chiesto di raccontarmi, per la centesima volta e forse anche di più, le tante storie legate a quel ritrovamento e a quel fatto. E Anna racconta volentieri, si commuove, corre spedita sul filo di episodi fondamentali che sembra ieri siano accaduti a lei e a molti altri. Poi incontro gli altri, gli abitanti del quartiere che le fanno coro e dicono, ognuno, come hanno vissuto quei momenti e quei giorni, cosa è successo dopo, chi si è salvato e chi non ce l'ha fatta. Non parlano volentieri ma con sincerità e lucidità estrema.

Poi il documentario prende forma e aggiunge puntate con altre persone e su altri oggetti cari sempre su carta: foto, ricette di cucina, diari e pagelle di scuola.

La prima puntata è quella a cui sono più sono affezionata, è quella su cui ho lavorato maggiormente e quella in cui mia nonna Anna ci fa una lezione di storia a partire da casa sua.

Buon ascolto a casa di Anna 





lunedì 2 novembre 2015

Il rumorista alla prese con la realtà

Se fossi un regista riprenderei il suono della fede al dito della donna mentre parla col ragazzo e si tocca i capelli. Che suono fanno i capelli, sono più o meno forti dell’anello che batte sul sostegno di metallo dentro il vagone della metropolitana? E’ l’inizio o la fine di una storia possibile? E’ una traccia di vita quotidiana che potrebbe essere registrata e poi riscritta. Potrebbe anche essere il lavoro d’artista di quello che in inglese si chiama foley artist, appunto, cioè il rumorista.

The foley artist è anche il titolo di un bellissimo cortometraggio diretto da Oliver Holms che racconta il lavoro di un progettista del suono per creare i suoni di un film, dal clic di una sveglia a quello dei passi sul pavimento di legno fino al colpo di scena finale. Mentre la ragazza protagonista del film inizia la sua giornata, il rumorista è già all’opera per accompagnarla coi suoni che segneranno i diversi momenti di vita.

Per molto tempo ho pensato che i suoni di un film venissero registrati tutti e solamente in presa diretta, dipende. Dipende da come si costruiscono i diversi piani sonori, dipende da come evitare o inserire tutto l’ambiente in cui è immerso un dialogo, per esempio. Dipende da quale piano si vuole privilegiare.
Come in un’orchestra che suona e il cui effetto totale è più forte se viene registrata con tutti gli strumenti insieme e non per tracce separate di realtà. Ma se uno strumento non va a tempo, è scordato o altro, il rischio è rifare o saltare la scena, la registrazione, la parte. La realtà è un'atra cosa, ma poi cosa? La realtà non esiste.

Insomma, chissà se la metropolitana che fischia ha coperto i suoni dei ragazzi e un rumorista fuori scena è dovuto intervenire per scoprire che suono fanno i capelli che si toccano e quanto pesa un anello al dito.

sabato 3 ottobre 2015

#tempodelledonne, tempo da vivere insieme


Mi perdo nel sito e leggendo i tweet dell'iniziativa Il tempo delle donne, che il Corriere della Sera dedica a tutte le donne, appunto, fino a domenica 4 ottobre a Milano alla Triennale. Il tema è la maternità, ma mica solo la pancia e l'attesa, i bambini e i genitori: dentro c'è tanto e ogni piega di essere donna, uomo, giovane o nonna, bambino che si racconta, insomma umano alle prese con le faccende fondamentali della vita insieme ad altri umani e non tutti dello stesso quartiere ma dell'intero mondo.

Poche altre volte ho sentito la voglia di partire subito, a prescindere, senza organizzazione. Invece avrei dovuto organizzarmi prima e sistemare in tempo lavoro, affetti, impicci e imprevisti.

E' anche questo il tempo delle donne, quello tutto minuscolo, che si rimpiange un po' per averlo lasciato andare prima di tenerlo in mano per bene e averci fatto qualcosa. Allora scrivo un post nel mio blog, dopo diverse settimane dall'ultimo in cui raccontavo di una donna vista al cinema, Anna nel film Per amor vostro di Giuseppe Gaudino.

il colpo di vento fa saltare i piani. La foto è felice
Non è un caso che ieri la manifestazione avesse in programma Conflitti, di Francesca Isola, "spettacolo teatrale a una voce sul conflitto di ognuna di noi con il tempo". E mentre accadeva questo, a Roma io vivevo il mio conflitto tra una riunione saltata, il traffico impossibile per lo sciopero dei mezzi pubblici, una visita medica da donna a donna. Che buffo quando dalla stessa stanza da cui ero uscita è spuntata fuori una faccina tale e quale alla donna in camice bianco, pimpante e incurante dei conflitti da grande, come quello della mamma che non era riuscita a organizzarsi altrimenti per lasciarla da nonni, baby sitter, scuola, amichetti.

Comunque, a scanso di equivoci, il tempo delle donne è un punto della situazione e una raccolta continua di "storie, idee, azioni per partecipare al cambiamento", coinvolge i figli e anche chi non ce li ha, riguarda gli uomini e si apre a tutte le generazioni. M'invita a riconoscere quanto sia prezioso il contributo che diamo tutte e tutti al tempo che passiamo insieme e quanto dobbiamo fare di più ma senza ansie, solo per il gusto di stare e offrire, quindi ricevere, la nostra piccolissima bellissima parte.

Parole in cuffia, ascolto di noi nella mattina di sabato al mercato, in palestra, nel letto col gatto, insieme al marito, ad allattare, per strada senza meta con qualche sogno in testa. Dal parrucchiere per dargli forma. Buona giornata.












mercoledì 20 maggio 2015

Buon compleanno Statuto dei lavoratori

Oggi il fatto pubblico è che il 20 maggio 1970 nasceva lo Statuto dei lavoratori, legge fondamentale sul lavoro in Italia che già al primo articolo stabilisce la libertà di opinione del lavoratore, che non può essere oggetto di trattamento differenziato in relazione alle sue opinioni, politiche o religiose. All'articolo 4, invece, contiene il "divieto di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza".

Erano gli anni in cui non si poteva fare capannello per parlare di politica o svolgere attività sindacale. Erano gli anni che seguivano quelli in cui una donna incinta poteva essere licenziata.

Trasecoliamo noi oggi, vero?, ma non è faccenda solo di ieri, visto che per moltissimi stagisti, lavoratori con contratti a progetto, interinali, a tempo determinato la faccenda non è poi così diversa o lontana. Cambia la cornice, cambiano gli abiti da lavoro, cambia la pettinatura ma il corpo di norme sul lavoo va rivisto alla luce del nuovo contesto sociale e politico. E bisogna far presto, anzi ora è già tardi, cari sindacati e aziende e lavoratori e politici: Marta aveva un contratto di lavoro per un anno in una grande azienda di servizi, alla notizia del matrimonio le hanno fatto notare che avrebbe dovuto dichiararlo al momento dell'assunzione anche se era ancora incerta, il viaggio di nozze è stato spostato perché il periodo coincideva con quello di un suo collega a tempo indeterminato e le è stato detto, tra il serio e il faceto, di non fare subito figli, poi il carico di lavoro giornaliero è aumentato, le spiegazioni sull'attività da svolgere nulle, i saluti nessuno, gli errori all'improvviso tanti... Marta ha mollato e tra poco si sposa, disoccupata ma felice a tempo determinato.

Questo è il fatto privato, e finché resta privato continuiamo a sbagliare e a festeggiare compleanni che ci fanno solo più vecchi e non più saggi.




domenica 22 marzo 2015

La ragazza che non sapeva inginocchiarsi…

"Da qualche parte in me ci sono una malinconia, una tenerezza e anche un po’ di saggezza che cercano una forma. A volte mi passano dentro dialoghi, immagini e figure, atmosfere. Questo improvviso affiorare di qualcosa che dovrà diventare la mia verità. Questo amore per gli altri che dovrà essere conquistato – non nella politica o in un partito, ma in me stessa. C’è ancora una falsa timidezza che mi impedisce di confessarlo. La ragazza che non sapeva inginocchiarsi e che pure lo aveva imparato, sul ruvido tappeto di cocco di una disordinata camera da bagno. Ma sono faccende intime, più intime di quelle del sesso".


Etty Hillesum



giovedì 6 novembre 2014

Elogio dei piedi


Nel post precedente raccontavo un'altra esperienza del sentire, quella che passa per una riabilitazione motoria e finisce con la costante definizione di un nuovo equilibrio, affascinante.

Oggi riscopro questa poesia di Erri De Luca e la ripropongo qui, mi piace un sacco.

Elogio dei piedi

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

sabato 5 luglio 2014

Io e la mia amica M. nell'Italia ancora in crisi

La scorsa settimana al mare incontro M. in attesa del suo quinto figlio. Lo scrivo al femminile perché ha quattro bambine, finora, e chissà se stavolta nascerà maschio. Al marito di M. poco importa, lui è l'immagine della serenità e dell'equilibrio, lei anche, anche se appare più stanca.

Fioccano commenti e parlano le donne, tutte con un figlio solo o nessuno, come me. E sia io sia M. diamo fastidio. Nell'Italia che comincia a curarsi di più della propria salute ma per cui la ciccia fa ancora i gloriosi anni Cinquanta, la mia pancia piatta non va. Così come non va, però, la pancia piena dell'amica M. Perché ha esagerato, perché ostenta una nuova maternità che non tutti possono permettersi, e la crisi economica conta fino a un certo punto.

E poi c'è il lavoro, due impiegate, lei e io, che chiedono entrambe troppo dal sistema lavorativo in cui si trovano: io maggiore flessibilità di tempo e riconoscimenti basati sul merito e non sul "cartellino", lei la stessa cosa. Io la cura della mia persona e della collettività in cui mi inserisco di volta in volta, lei la stessa cosa e la famiglia a cinque. Con o senza pancia entrambe non viviamo isolate, non facciamo volontariato perché eroiche o perché sole, non cerchiamo compensazioni facili, a letto o sul lavoro, siamo diverse, per ora o per sempre. Eppure sempre nell'Italia cattolica a lei non si perdona il numero di figli che cresce, a me il vivere senza famiglia, anche se io lo sono, famiglia, accogliente.
E le più dure nei commenti sono proprio le donne: in perenne oscillazione tra pensare a sé e pensare agli altri rischiano di rimanere immobili, ma non è questa la realtà, cerchiamo di cambiare occhiali: chi l'ha detto che la generosità di vita passa per la pancia, unicamente? Chi l'ha detto che a M. non faccia piacere un aiuto con le altre bambine? Chi l'ha detto che non la puoi invitare a cena perché non verrà mai? Chi l'ha detto che per me conta solo il lavoro? E chi l'ha detto che a me puoi chiedere di cambiare all'ultimo momento il piano ferie perché io non ho figli e la collega sì?

Leggo le riflessioni di Anna Maria Testa su nuovoeutile.it sui risultati della ricerca di GFK Eurisko nella newsletter di luglio: "I progetti delle donne superano quelli degli uomini". In particolare, "sono più attente al benessere, più impegnate nella famiglia e nelle relazioni personali e affettive, più responsabilizzate e con più senso del dovere di fronte alla crisi, più sensibili al sociale e all’ambiente, più coinvolte nella cultura e nella crescita personale". Il rischio che intravvede Testa è ridurre, a favore del sociale, l'attenzione al loro privato e quindi al ruolo di madri. Io non sono d'accordo, perché il privato per me non passa solo da lì, non è solo quello, per alcune non è proprio quello. La mia amica M., viceversa, può tranquillizzare tutti.

To be continued.








sabato 12 aprile 2014

La bambina Carolina

Stare al parco alle quattro di pomeriggio da sola su una panchina non è da tutti e non a tutti piace o piacerebbe. Si oscilla tra il lusso colpevole, cioè il tempo rubato ad altro, e la vergogna di non avere una carrozzina accanto. Perché in genere alle quattro del pomeriggio si lavora, solo se si è mamma da poco, oppure babysitter, si può portare a spasso il bambino, un uomo accanto a quell'ora è un fannullone o un artista, più probabile il primo.

Eppure la panchina mi ha sempre attirato, non vedo l'ora di diventare vecchia per avere meno scuse per sedermi e semplicemente stare. Ogni volta che posso faccio le prove e mi riesce già bene, stare in panchina senza parlare al cellulare, leggere un libro, sentire la musica, usarla per fare gli esercizi di ginnastica. Al massimo osservare. E qualche giorno fa è arrivata la bambina Carolina.

Il parco era uno diverso dal solito, popolato da poche neomamme e due signore anziane una delle quali mi ha scambiato per la figlia. Un gruppetto di bambine all'improvviso si è messo a correre verso l'amichetta che varcava i cancelli e sorridente si faceva circondare da voci e da abbracci. In panchina invidiavo tanto amicizia e acclamazione.
Poi le bambine, massimo cinque anni, hanno cominciato a intonare un "Carolina, Carolina, dammi il tuo monopattino". E io ho cominciato a provare fastidio. Davanti a me le bambine continuavano a tirare Carolina che faceva resistenza, allora è intervenuta la mamma, bionda e chiara come la figlia.
"Carolina, dai il monopattino anche a loro, devi essere generosa, altrimenti non ti ci porto più". E poi "Lo vedi che succede a portare il monopattino al parco? Tutti lo vogliono, o glielo dai o te lo tolgo".

Carolina non è convinta e io l'aiuto nelle sue convinzioni: il monopattino E' di Carolina, Carolina ci deve giocare. Poi, forse, ci saliranno le altre. PRIMA si deve divertire lei, si deve gustare la ghiaia sotto la gomma, lasciatele il giocattolo. Da grande le riempiranno la testa con concetti come la condivisione, l'eguale partecipazione, perfino le pari opportunità, e poi questi concetti verranno traditi e poche volte messi davvero in pratica, fatela essere egoista, ora.

Carolina mi guarda interdetta, poi io ricevo una telefonata, lascio la panchina e la lascio in balìa di mamma, amichette, monopattino con cui le è passata la voglia di giocare. Vi odio, avete rovinato il pomeriggio a me e a Carolina. Combatterò per ogni donna e i suoi piaceri, accidenti.




sabato 8 marzo 2014

Donne con l'hula hoop, anzi con l'ula-op

Le donne che preferisco sono quelle gentili senza essere nobili, capaci di dire le parolacce senza perdere la fede e mantenendo il rossetto. Magari col vizio del burro di cacao, dell'amico immaginario anche se hanno quarant'anni, anzi proprio perché ce l'hanno, quarant'anni e l'amico immaginario, allegre senza motivo e per questo sfacciate. Allegre pure coi lacrimoni mentre guidano e si appanna la vista e l'uomo al semaforo non sa se pulire il vetro o mollare tutto il pacchetto di fazzoletti. Compie il primo gesto e si becca la parolaccia, perché certe donne decidono loro quando dare conforto oppure riceverlo. 

E i lacrimoni se li portano fin sotto casa, perché l'amico vero non è andato alla loro festa di compleanno, ché neanche alle elementari ci avrebbero badato tanto, indaffarate com'erano a crescere egoiste e quindi a cercare una possibilità di difendersi a scuola. Poi hanno letto un paio di libri come Piccole donne e Una ragazza fuori moda e hanno pensato che anche negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso si potesse stare sopra un albero con in mano una mela e nell'altra la penna, provando a diventare scrittrici senza darla al primo venuto. 

Sciocche anche senza ciocche ribelli al vento, coi capelli corti che fanno indipendenza già prima di andare a vivere da sole, o con le amiche, o col secondo venuto. Infarcite di nozioni di diritto del lavoro, rudimenti sindacali, commercialiste e principesse del foro alle prese coi primi lavori e la necessità di difendersi sul lavoro, stavolta. Lì incontrano altre donne e scoprono che non tutte hanno letto gli stessi libri da piccole, che con le parolacce si può fare carriera e la fede la portano solo al dito, ché fa cultura-famiglia-sicurezza sociale, che la parola "contratto" fa paura e il contatto umano anche di più. Sulle scrivanie sporche c'è una bottiglietta di amuchina, aumenta la presenza sui social network. 

Hula hoop e piedi, foto A. Rapone
Continuano a scrivere e a fare di conto, perché se l'istruzione è importante, la formazione continua lo è ancora di più, vanno anche a ballare, perché tutto cervello agli uomini non piace e a loro neppure. Ma agli uomini non piace ballare, si sa, e allora escono insieme, parrucchiere e impiegate, insegnanti e negozianti, libere professioniste e disoccupate che spesso sono la stessa persona. Fanno caciara, si dice a Roma, bevono e una bottiglia di birra finisce sul tettino della loro auto bella ma è stato un altro, un maschio. Non sono fortunate, no, di solito no.

Si buttano giù, si sentono sole e incomprese, anche se a volte ne vanno pure orgogliose, perché nel frattempo hanno imparato che il dolore fa esperienza e senza esperienza si è meno ricche, intanto hanno acceso un mutuo e scelto di essere povere. A volte l'orgoglio viene messo da parte e si sciolgono al telefono con quello carino, o con quello brutto che tanto è lo stesso. E la mattina, davanti al tazzone di tè che hanno sempre preferito al latte, si piacciono e compiacciono un po', senza esagerare. Solo il tempo di puntare all'ultimo regalo di compleanno delle amiche, farci un giro e pure una risata, restare a guardarsi i piedi e pensare che forse non è tardi per muoversi e cercare altro, vai a sapere cos'è.

Intanto iniziano con l'hula hoop, cioè con l'ula-op, che gira se ti impegni a farlo girare, se coordini il bacino, il braccio, la gamba... con tutto il corpo, se ti scuoti, insomma. E resti allegra, sempre un po' sfacciata, di nuovo egoista. Un po' affaticata perché le candeline che hai spento da poco erano tante. Auguri. 








domenica 29 dicembre 2013

Lisistrata e la risata delle donne

Coro di vecchi: Che sei venuta a fare con quell'acqua, maledetta?
Coro di donne: E tu col fuoco, vecchia carcassa? Vuoi bruciarti vivo?
Coro di vecchi: No, voglio fare un rogo e bruciarvi le tue tuniche.
Coro di donne: E io con quest'acqua voglio spegnerlo.
Coro di vecchi: Spegnere il mio fuoco?
Coro di donne: Te lo farò vedere subito.
Coro di vecchi: Non so se devo arrostirti sull'istante.
Coro di donne: Se sei sporco, ti farò fare il bagno.
Coro di vecchi: Tu a me, disgraziata?
Coro di donne: Come per una festa di nozze.
Coro di vecchi: Sentite che sfrontatezza?
Coro di donne: Sono una donna libera.
Coro di vecchi: Ti farò smettere io di gridare.
Coro di donne: Non sei mica al tribunale.
Coro di vecchi: Su, bruciale i capelli, torcia.
Coro di donne: Su, acqua, fa il tuo lavoro!
Coro di vecchi: Povero me!
Coro di donne: Era troppo calda?
Coro di vecchi: Ma come calda! La vuoi smettere? Che fai?
Coro di donne: T'innaffio; così rifiorisci.

E poi continua, Lisistrata con le donne greche, a occupare l'acropoli di Atene, a tenere testa agli uomini, a scioperare in amore per dimostrare che la guerra e la violenza fanno male perché privano di ciò che fa bene.

Mi è venuto in mente questo scambio duro e senza esclusioni di colpi verbali leggendo l'articolo di Christian Raimo O ti meno o ti proteggo, che ripercorre i pro e i contro, soprattutto i contro, delle ultime campagne di sensibilizzazione sul tema della violenza conto le donne. D'accordo con lui - quanti disagi vivono gli uomini, con quanta rabbia e violenza implose convivono, quanta educazione sentimentale va fatta, e a me la faccia assolutamente nella parte di Alessandro Gassman (ma non si scrive con una "n" finale, in italiano e non in tedesco, come invece nel manifesto pubblicitario?) dà fastidio e sortisce l'effetto opposto, cioè fuori parte -, non posso non ricordare anche il video della campagna inglese del 2001 We are man. Ecco, fa ridere, fino a un certo punto, e a quel punto le risate precedenti interrotte di colpo acquistano un significato più forte. 

Siete disposti, uomini, a ridere di voi? Siamo disposti a prenderci in giro e metterci a nudo senza violenza? Portiamo i bambini e i ragazzi a teatro a vedere le donne sul palcoscenico che fanno ridere? Mamma e papà all'ora di cena possono scherzare da pari a pari senza mai umiliazione? In ufficio si accetta la collega simpatica con la stessa disinvoltura del collega istrione? 

Scusate il grassetto;-)



mercoledì 6 novembre 2013

Pappette o shopping sfrenato? In Italia la crisi è sull'oppure

L'identità lavorativa passa per l'identità di genere? Se sì, dentro l'identità di genere devo mettere anche quella che sui documenti d'identità dice coniugata o libera? ... Come se poi coniugata prevedesse solo catene.

Quando sul lavoro discuto la creatività di una locandina o su chi debba andare a fare un'intervista o come scrivere o rivedere un pezzo non mi viene mai in mente di controllare se chi ho di fronte porta la gonna o i pantaloni, e scusate la dicotomia vecchio stile, mi sembra ultimamente quella che ancora regga. Non controllo neanche l'età, a dire il vero, e se devo valutare la voce, solo alla voce faccio attenzione.

Ho appena finito di leggere questo post e ripenso a certe chiacchiere in ufficio, a certi stili e a immancabili confronti fra colleghe e fra colleghi: che senso ha giocare a scambiarsi identità passando fra lo status di mamma a quella di single o anche viceversa, come nell'articolo del blog La 27Ora? A parte il rilassante pezzo di costume di Michela Proietti, centrato va be' solo sulla sua esperienza di giornalista che può permettersi di svegliarsi tardi la mattina, sorseggiare il caffè e correre nel parco - mi piacerebbe tanto poterlo fare ma ultimamente mi sono "concessa" la sveglia alle 6.30 per poter avere la corsa nel parco la sera, però -, non credo che le persone vadano alle mostre o facciano shopping perché single così come non tutte le mamme sono isteriche e dimentiche della loro vita prima di avere i pargoli accanto. Tendenzialmente, intimamente si resta come si è: scontente e lamentose con o senza fede al dito e figli a carico, scusate il linguaggio brutale, curiose e leggere prima e dopo o a prescindere da pappe e pannolini. 

Io le persone, a cominciare da me stessa, non riesco proprio a viverle in base a categorie di riferimento, perché non sono categorie, semmai riferimenti utili solo per capire chi viene al cinema con me se chiamo all'ultimo minuto.

Ah, poi ho letto pure questo, che merita un approfondimento.


sabato 19 gennaio 2013

AO, Adriano Olivetti


"Ognuno può suonare
senza timore e senza esitazione
la nostra campana.
Essa ha voce soltanto
per un mondo libero,
materialmente più fascinoso
e spiritualmente più elevato.
Suona soltanto per la parte migliore di noi stessi,
vibra ogni qualvolta
è in gioco il diritto contro la violenza,
il debole contro il potente,
l'intelligenza contro la forza,
il coraggio contro la rassegnazione,
la povertà contro l'egoismo,
la saggezza e la sapienza
contro la fretta e l'improvvisazione,
la verità contro l'errore,
l'amore contro l'indifferenza".
A.O.

A.O. sta per Adriano Olivetti e quindi per la domanda: il fine dell'impresa è unicamente il profitto? e quindi per la risposta lvrea e una fabbrica a misura d'uomo. Ricordiamocene anche se non lavoriamo in fabbrica e dove uomo vuol dire anche donna.

venerdì 4 gennaio 2013

2013, anno dello storytelling?

E dunque siamo nel 2013, l'anno dello storytelling. L'affermazione intransigente riprende il titolo dell'articolo di Erin Griffith online su Pandodaily dal 31 dicembre scorso, lo esamina e lo sbatacchia un po', lo ripropone in salsa italiana e meno legata al web.

Le premesse da cui parte la giornalista americana sono tutte legate ai social network, su cui pubblichiamo foto, nel caso di Pinterest, 140 caratteri dei nostri istanti di vita, su Twitter, i nostri stati d'animo su Facebook. Ogni anno nasce un nuovo ambiente di condivisione e noi condividiamo, sempre più facilmente e sempre più apertamente.

Si tratta, in tutti i casi, di micronarrazioni di noi stessi agli altri. Della necessità di ridare senso alla nostra esperienza e di renderla visibile al mondo. E la funzionalità di Facebook che raccoglie in album i momenti "più importanti" della propria storia online cerca di rispondere a questa necessità e fa piacere agli utenti protagonisti di un "giornale dei fatti" a dir poco egocentrico.

Ma narrare è altro che un mero elenco di eventi specifici. Narrare è tessere una trama.

"Nel narrare, gli individui attribuiscono ordine e senso alla propria esperienza e contribuiscono alla costruzione della propria e dell'altrui identità"
(Donna per fortuna, uomo per destino, Silvia Gherardi, Barbara Poggio)

La conclusione a cui giunge Erin Griffith è questa: "This is why I think some of the most exciting startups in social media are the ones that help us make these small, fragmented pieces of content into richer stories. Every social media action we take contributes to what could be an incredible narrative".

Segue una serie di nuove piattaforme che vorrebbero integrare e costantemente aggiornare i diversi tipi di contenuto già online o che verranno pubblicati.

Bello, sto provando alcune delle piattaforme segnalate sul sito e altre ancora. Non sono ancora soddisfatta, sono anche all'inizio della mia personalissima fase "beta", tornerò sull'argomento, ma intanto mi chiedo: non è un po' triste che siano i social network a restituirci la voglia e la necessità di mettere insieme i frammenti delle storie, nostre e degli altri, e farne una sorta di special online? Ben venga qualsiasi punto di partenza, se può aiutarci a essere più consapevoli di noi stessi e perfino a guidarci nei meandri di senso della nostra vita, ma non si potrebbe fare lo stesso a pc spento?

Detto questo, nel 2013 continuerò a raccontare storie cercando di mettere insieme pezzi di vita e di lavoro delle persone che incontro. Lo farò a modo mio;-)



lunedì 31 dicembre 2012

Rita e Damini, due donne

Il 30 dicembre è morta la senatrice a vita Rita Levi Montalcini.

Sentite come fanno ironia le due parole giustapposte, vita e morte? Se togliamo la carica ed evitiamo la sequenza resta il fatto che ci restituisce la persona. Una persona che aveva 103 anni, che aveva vinto il premio Nobel per la medicina, che aveva scelto di non sposarsi per dedicarsi alla scienza.

Il 29 dicembre è morta la studentessa di 23 anni brutalmente violentata due settimane prima a New Delhi. Damini, il soprannome scelto per chiamarla e che significa luce, illuminazione, studiava medicina e stava per sposarsi.

Politici e personaggi dello spettacolo stanno imparando a usare Twitter, da cui mandano a dire che #ritamontalcini è stata una donna straordinaria, un orgoglio per l’Italia, un esempio di dedizione e passione per la ricerca. E altro ancora.

Chissà quale pensiero, ricordo, intuizione avrà (avrebbe) avuto Rita quando ha appreso della notizia della studentessa indiana che non ha potuto realizzare il sogno di una professione e di una famiglia, lei che contro il volere del padre si era iscritta all’università, si era rifugiata a Bruxelles a causa delle leggi razziali del governo fascista, lei che è riuscita a essere tenace.

“Il futuro del pianeta dipende dalla possibilità di dare a tutte le donne l'accesso all'istruzione e alla leadership. È alle donne, infatti, che spetta il compito più arduo, ma più costruttivo, di inventare e gestire la pace”, diceva la scienziata.

Sempre compiti di responsabilità, quelli delle donne, assunzione di scelte importanti anzi vitali, il coraggio di aprire la bocca e dire “Voglio vivere”, come ha fatto Damini ma poi non ce l’ha fatta e “Quando muore il corpo, sopravvive quello che hai fatto, il messaggio che hai dato”, profetica e inconsapevolmente beffarda Rita Levi Montalcini.

Eppure, nonostante i tweet più intensi, i ricordi personali, le proteste e le marce, il premio Nobel, c’è strisciante anche nelle nostre case, nei nostri uffici, tra i nostri amici la paura di non trovare l’applauso delle donne, di ascoltare i motivi di un no, di accogliere una sofferenza in silenzio. C’è, anche da parte delle donne, la paura di fare i conti con la sanzione sociale che, volutamente sorda a discorsi che incitano a “tirare fuori le palle”, “mostrare i muscoli” e “sfogarsi a casa per una giornata di lavoro pesante”, non perde mai la voce per gridare alla donna sola se non vince il Nobel, corresponsabile del suo delitto se porta la minigonna, rivoluzionaria se legge i libri e il part time non sa cosa sia.

“Addio a Rita Levi #Montalcini che ha puntato tutto sulla parte più bella delle donne: il cervello”, dice un tweet al femminile. Non sono d’accordo, perché non mi va di considerare le mie gambe, i miei occhi e tutto il resto cose diverse dal mio cervello, visto che viaggiano insieme e li conosco da tanto tempo. Non mi va, per questo, di fare confronti con gli uomini, perché con loro sto bene e li rispetto. Non ho bisogno di mostrare nulla né di dimostrare niente.

Le donne che leggono sono pericolose, era il titolo di un bel libro di Stefan Bollmann e Elke Heidenreich di qualche anno fa, che raccontava la storia della lettura femminile nei secoli attraverso dipinti, disegni e fotografie di donne lettrici. Nella prefazione Daria Bignardi scriveva: “Le donne che leggono sono pericolose perché non si annoiano mai e qualunque cosa accada hanno sempre una via di fuga: se ne infischiano se le fai troppo soffrire perché loro s’innamorano di un altro libro, di un’altra storia, e ti abbandonano. Le donne che leggono sono pericolose perché nutrono i loro sogni e non c’è nulla di più rivoluzionario di una donna che sogna di cambiare la propria vita: se lo fa, farà la rivoluzione, se non lo fa seminerà il terrore”.

Dunque, visto che sempre su Twitter Fabrizio Roncone risponde al sindaco di Roma #Alemanno: "Ho visto la camera della #Montalcini. Era piccola e piena di libri...". Già, signor sindaco, i libri”, auguro a tutti un 2013 pieno di libri, pieno di donne pericolose, pieno di uomini coraggiosi. Perché la rivoluzione non si fa da sole e quando sei abituata a condividere non torni più indietro.



sabato 27 ottobre 2012

Messaggio per i maschi e per le femmine vs la violenza

In questa settimana che si è aperta con la notizia dell'omicidio di Carmela Petrucci e si conclude con la notizia di una condanna, quella all'ergastolo per Salvatore Parolisi, in mezzo ci sono uomini che perseguitano e ammazzano e donne sole che si difendono e muoiono.

Messaggio per i maschi e per le femmine: l'uccisione di Carmela ci riguarda, ci invita a non farci gli affari nostri e a continuare a volere essere libere di dire i nostri sì e i nostri NO. A dire a tutti nome e cognome di colui che non riesce a essere uomo. Ci obbliga a insegnare ai nostri figli a rispettare le nostre figlie.

Come si fa? Si comincia in famiglia, si continua a scuola, si danno esempi di amore libero e la verità prima di tutto. Si insegna a pretendere rispetto, a non chinare la testa, a non girare le spalle, a non fare finta di niente. A essere responsabili prima di tutto verso se stessi.

La mamma del ragazzo che ha ucciso Carmela ha detto: «Mio figlio è un bravo ragazzo. Giornali e televisioni lo hanno definito un killer ma non è così, non è un mostro. La nostra è una famiglia perbene».




Un'altra mamma si racconta in Ritratto 03. Paola, audio documentario di Jonathan Zenti, opera vincitrice del primo premio assoluto e del premio speciale della Giuria di qualità della sezione Radio del premio Anello Debole 2010
Paola, la protagonista, è la madre di Monica, ragazza uccisa a calci e pugni dal suo compagno dopo una lunga vita di violenza domestica. 

La testimonianza raccolta è terribile, la fatica di parlare è la fatica di ascoltare un audio documentario che pesa, e non mi riferisco ai byte. Ribadisco per questo la necessità di far giocare fin da piccoli ruoli da protagonisti ai maschi e alle femmine, per farli crescere uomini e donne libere.
Per non iniziare e per non finire male.





sabato 22 settembre 2012

Settembre, il mese delle matite, dei diari, dei libri

Mi sono trovata a dire, questa settimana, che settembre è il mese della cancelleria, cioè della versione adulta della cartoleria e quindi del corredo alla scuola che è ricominciata. E' il mese delle matite e delle penne che scrivono appunti, che sono la versione da grande dei compiti dei piccoli, e lasciamo stare che piccoli e grandi usano whatsapp per lasciarsi messaggi e organizzarsi la giornata. E' il mese dei diari, che iniziano adesso e tirano fino all'anno prossimo dicembre incluso imitando le agende dei grandi che però iniziano a gennaio, quando ormai fa freddo e molto s'è già deciso.

A settembre il tempo aiuta a sentire sulla pelle la frenesia del fare e ancora l'ozio del mare, a immaginare cose, situazioni, persone sempre un po' diverse da come le conosciamo già. A settembre ci sentiamo nuovi, io almeno mi sento così, come se fosse sempre il primo giorno di scuola, agitata e felice insieme.

E poi a settembre non si contano le fiere e le feste dedicate al libro, alla lettura, al pensiero, come il Festival della Mente a Sarzana, come Pordenonelegge, come il Festivaletteratura di Mantova.
Per questo motivo riporto qui sotto tre citazioni di tre libri che mi sono finiti in mano non per caso, ma sul treno.

Il primo è Caos Calmo di Sandro Veronesi, letto appena uscito, ripreso per riflettere insieme a un'amica sulla frase in quarta di copertina: "La gente pensa a noi infinitamente meno di quanto crediamo". Lei sembrava dispiaciuta, io mi sento sollevata dalla responsabilità di occupare una parte del cervello di altri:-)

La seconda frase è tratta da Mare al mattino di Margaret Mazzantini: "Devi trovare un luogo dentro di te, intorno a te. Un luogo che ti corrisponda, che ti somigli, almeno in parte". La Mazzantini, a proposito di responsabilità, se ne assume una enorme, quella di portare le persone alla loro realizzazione.

La terza è tratta dal Diario di Etty Hillesum, la ragazza che voleva essere "il cuore pensante di questa baracca". E' questa la citazione, a noi scoprire quante baracche abitiamo e arrivare alla fine del libro.



giovedì 13 settembre 2012

Who makes a better laser-gun sound effect?

Il fatto pubblico: La macchina da corsa, il robot, la spada laser, una sirena... Chi fa i migliori effetti sonori, i maschi o le femmine? Il video Bleep Blap Bloop di Marcella Coad e Paul Constantakis, ce li mostra alle prese con la riproduzione dei suoni più comuni e anche di quelli più strani, realizzati tutti usando la bocca.

Per essere un vero tributo all'audio, però, consiglio di far partire il video e poi chiudere gli occhi, indovinando il suono della cosa riprodotta senza sapere cosa sia: si perde il gioco maschi vs femmine, si vince una prova d'ascolto, quella del nostro orecchio che riconoscerà l'elicottero in volo o lo confonderà con i colpi di una mitragliatrice... Proviamo!

Il fatto privato: Mi piace scherzare sul confronto uomini e donne, perché tanto siamo tutti sulla stessa barca e se perde uno perdono tutti e se vincono tutti vale lo stesso.

Quando non scherzo leggo e condivido articoli come Donna e femminismo sono due cose distinte, sul blog la27Ora del Corriere della Sera. Molto interessante;-)





sabato 8 settembre 2012

La tenerezza dei social media

E' da un po' di tempo che frequento Facebook, all'inizio pochissimo e da spettatrice degli altrui pensieri, parole, opere e... poche omissioni, sono sicura. Poi ho preso anche io il gusto di una battuta, della sintesi di uno stato d'animo, di far comparire una foto a futuro ricordo e di lanciare perfino iniziative online. Lo uso anche come agenda per news e appuntamenti su argomenti che mi interessano: editoria, audio, lavoro.

Nel frattempo la cerchia degli amici è aumentata e dentro ci sono finiti anche amici più lontani, persone incontrate in occasioni particolare sempre belle e sempre comunque "dal vivo", la maggior parte conosciute per un tempo sufficiente a farmi dire "lei sì e lui pure":-)

Ora ho una mappa mentale delle loro abitudini in bacheca: so che S. lei e S. lui postano soprattutto musica e i loro gusti incontrano i miei, so che all'amica P. capitano spesso vicende esilaranti e che con M. non ci vediamo da troppo tempo e dobbiamo recuperare. Evito post e commenti di A. che scrive solo di calcio e di tango (!) e cerco sempre i commenti che lasciano C. e S. quando parlano di lavoro, giovani e precariato. E poi ci sono le foto di famiglia di M., di F.M... e i bambini di M. che non ce li ha ma tutti i bambini del mondo sono i suoi. E poi ci sono le invettive di R., moderne fustigatore, e le pillole in latino di S., i fraintendimenti con A. e le frasi criptiche di alcuni colleghi di lavoro che vorrebbero dire ma non possono. E le foto dei viaggi straordinari di L. in giro per il mondo.

Tutto questo io lo chiamo tenerezza. Mi fa piacere e mi consola osservare i punti cardinali attorno a cui ruota la presenza online delle persone che conosco e anche la loro vita fuori rete e fuori Facebook. Perché A. è davvero presa dal calcio e dal tango, Simone davvero parla in latino e Raffaele ti costringe a chiederti sempre da che parte stai. Sergio e Stefania ti fanno scoprire nuova musica e le gaffe di Paola riescono a superare anche le mie, e non è facile. 

Siamo teneri, ognuno di noi lo è mentre traffica con la rappresentazione sociale di sé, quando lascia una traccia in modo assolutamente consapevole, appena gli viene in mente di mettere un link, quello che permette ai suoi amici di riconoscerlo e a lui pure.

  

sabato 23 giugno 2012

La responsabilità delle donne

"Mi prendono in giro perché all'università non mi sono fatta le canne".
"Non risponde più alle email da quando le ho chiesto un colloquio, un incontro".
"Mi guarda male perché sono amica di Massimo e con lui parlo di musica, mare e cucina".
"Canta e ride se sbaglio un Excel, dice che la laurea non serve e dice anche un sacco di parolacce".
"Convoca le riunioni alle 9.30 di sera e qualcuno resta".
"Copia i miei pezzi e ci mette la firma, la sua".
"Dice che la vita è una".

Chi sono queste donne al lavoro che intossicano la vita di chi gli sta vicino?
Questa settimana altre donne e anche uomini mi hanno raccontato un po' di fatti e condizioni spiacevoli vissuti dentro stanze trasparenti, solo quelle, davanti a postazioni multimediali, dietro un bancone di bar, lungo corridoi in cui si fanno le vasche invece di rimanere piantati in attesa.

Non sono problemi di lavoro, ma faccende che riguardano il rispetto della persona. Quasi mai vengono prese di petto e ci si industria sempre nel trovare la strada più diplomatica per mettere fine al supplizio, evitare lo scontro, mantenere il posto, essere accettata dal gruppo, dribblare il mal di pancia, riuscire ad avere relazioni forti dentro e fuori l'ambiente di lavoro... Energie comunque eccessive e sprecate.

Penso sia anche per questo che proprio le donne rinunciano, ancora, a raggiungere posizioni di vertice nei vari posti di lavoro, e non si pensi solo all'azienda: troppe fatiche da sopportare a fronte di incerti successi riconosciuti. E la responsabilità, almeno nei casi rappresentati sopra dalle assurde parole raccolte, tutte vere, è delle stesse donne. Non di quelle che vorrebbero salire, ma di quelle che per invidia, gelosia, insicurezza e ignoranza le lasciano giù, riconoscendo loro però, in questa strategia che invece è una tattica perché gioca in difesa, merito e bravura e peccando quindi di stupidità.


... avete notato il richiamo calcistico, qua e là? Sto seguendo il campionato europeo..;-)




domenica 25 marzo 2012

A casa non si torna

ll fatto pubblico: Non aggiungo altro se non il titolo del web documentario A casa non si torna e il link per vedere e ascoltare il trailer della storia. Tutte le info sono raggiungibili dallo stesso link. E' un progetto nato in occasione dell'8 marzo festa della donna che racconta donne che svolgono lavori maschili, come Maria capocantiere, Simonetta camionista della nettezza urbana, Michela elettricista per il teatro e il cinema...

Il fatto privato: Mi sembra un buon modo per dare senso alla domenica, ascoltare le storie di altre donne che in un salotto discutono delle loro giornate al lavoro e in famiglia con Franca Rame, figura importante del progetto che dice: "I lavori faticosi, oggi come nel passato, sono considerati lavori preclusi alle donne.... ah.. ah.., ma cosa mi raccontate? Le donne li hanno sempre svolti questi lavori, ma senza nessuno che li riconoscesse". Io sorrido perché stamattina, rincuorata dal sole che si affacciava sul balcone, mi sono svegliata presto già in versione casalinga, già soddisfatta della pulizia di casa, del pranzo fatto, due lavatrici, in mezzo questo post, poi gli amici. Poi torno a casa. Poi mi accorgo che è tornata l'ora legale;-))