E quindi..? Come avete passato le vacanze di Natale? Come avete cominciato l'anno? ... E Capodanno, ritiro nell'eremo o festa da ballo?
Le domande di rito, anche se per fortuna abbiamo superato già il rientro e i suoi traumi, fra cui proprio le domande di rito, sono il pretesto per riflettere sull'ansia diffusa a non essere soli.
Non é tanto o non solo la questione della scelta di dove e come passare l'ultimo dell'anno - perché una pazza notte a riflettere sul mondo fa originale e porta rispetto, anche - ma di come impostare tutti i giorni del calendario che non siano dannatamente giorni da soli.
Non é neanche di scelta sentimentale che parliamo, perché quella puó non essere una scelta, ed é meglio mettersi le cuffie e non dire parole.
É invece l'ansia del tempo senza impegni e senza ansie, appunto - sí, esiste ancora se ci fai caso, ce l'hai pure te - l'unico che ti permette di sprofondare nel tuo lavoro, nella tua passione, perfino di scoprirla se la senti ma ancora non la riconosci, nei gesti ripetuti di esercizi alla chitarra, coi pennelli, davanti allo specchio a recitare copioni, a copiare il fabbro maestro che svita e riavvita serrature e serrande.
"La padronanza esige solitudine", ricorda Noel Cobb in "Maestri per l'anima", di cui il sito www.jungitalia.it riporta alcuni estratti e citazioni di autori come il poeta raccoglie Rilke, che alla moglie scriveva:
Credo che sia questo il compito maggiore di un legame fra due persone: che ciascuno sia a guardia della solitudine dell'altro.
E certo, perché la solitudine non vuol dire non avere famiglia, non essere coppia, non crescere figli ma tenere continuamente, faticosamente, meravigliosamente la necessitá profonda di scrivere anche solo una riga al giorno, la nota sullo spartito di una vita, la concentrazione a coltivare in fin dei conti se stessi.
In giornate in cui ho visto l'idraulico parlare con un sifone difettoso, un musicista riascoltare un brano giá composto mille sere... e oggi leggo che "se vogliamo davvero padroneggiare un po' la materia, dobbiamo passare delle ore, dei giorni, dei mesi, soli con essa" mi rallegro e convinco del fatto che la solitudine intesa come dilatazione di tempo e spazio é necessaria per conoscersi, fare sempre meglio, stare e tornare nella coppia e nella comunitá più liberi, sicuri, felici.
Esagero?
Fatti, idee e iniziative sull'ascolto. A cominciare da un racconto sonoro su lavoro e precariato che porta lo stesso nome di questo sito. Anzi, visto che è nato prima, chiede più spazio per farsi ascoltare...
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venerdì 15 gennaio 2016
domenica 3 maggio 2015
Ma poi cos'è un Daredevil rosso?
Per Tess
Giù nello Stretto le onde schiumano
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d'aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. E' stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito per un po' da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l'acqua
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po' mi sono concesso il lusso di immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono ben reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se no avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a esser contento.
E' che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.
Nell'ultimo post parlavamo di poesie, eccone qui una. Fu scritta da Raymond Carver, che ce la apre come fosse una cozza nel libro Il mestiere di scrivere, che per tutti gli amanti di pagine scritte e punti, punti e virgola è un riferimento importante.
Quanto poco pudore, questo Carver che passa con disinvoltura dall'amo di pesca all'amo verso Tess, e poi chi è Tess? Non la nomina mai, se non nel titolo. Ci dice che ha un padre che aveva un temperino, semmai. Ci fa ascoltare il rumore del mare appiattito sulla sponda come fosse morto, ci ricorda che le onde "schiumano" e allora le orecchie dei ragazzi di oggi potrebbero rizzarsi come quelle della cagnetta Dixie al suono di una parola conosciuta che loro usano spesso per indicare quando sono arrabbiati, "fuori di sé dall'ira", dice il dizionario Treccani e allora quanto sono bravi a passare a un uso figurato della stessa parola che nasce dal mare.
E poi il gran finale, la necessità di dire quello che si prova. E quella "e" dopo l'ultimo punto si ribella a tutte le regole di grammatica delle elementari e delle prof nelle scuole a seguire e aiuta il sentimento a uscire e diventare pubblico. Applauso.
Ecco, queste sono solo alcune note di quello che accade dentro la poesia, Carver non si ferma: con la stessa disinvoltura nel libro che la contiene ci dice perché l'ha scritta e prima di tutto cos'è una poesia.
"Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto è un atto di comunicazione tra lo scrittore e il lettore. [...] Credo di essere nel giusto quando penso che quella di essere capito sia una premessa fondamentale da cui qualsiasi buon scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi.
Ma poi cos'è un Daredevil rosso?;-)
Giù nello Stretto le onde schiumano
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d'aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. E' stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito per un po' da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l'acqua
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po' mi sono concesso il lusso di immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono ben reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se no avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a esser contento.
E' che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.
Nell'ultimo post parlavamo di poesie, eccone qui una. Fu scritta da Raymond Carver, che ce la apre come fosse una cozza nel libro Il mestiere di scrivere, che per tutti gli amanti di pagine scritte e punti, punti e virgola è un riferimento importante.
Quanto poco pudore, questo Carver che passa con disinvoltura dall'amo di pesca all'amo verso Tess, e poi chi è Tess? Non la nomina mai, se non nel titolo. Ci dice che ha un padre che aveva un temperino, semmai. Ci fa ascoltare il rumore del mare appiattito sulla sponda come fosse morto, ci ricorda che le onde "schiumano" e allora le orecchie dei ragazzi di oggi potrebbero rizzarsi come quelle della cagnetta Dixie al suono di una parola conosciuta che loro usano spesso per indicare quando sono arrabbiati, "fuori di sé dall'ira", dice il dizionario Treccani e allora quanto sono bravi a passare a un uso figurato della stessa parola che nasce dal mare.
E poi il gran finale, la necessità di dire quello che si prova. E quella "e" dopo l'ultimo punto si ribella a tutte le regole di grammatica delle elementari e delle prof nelle scuole a seguire e aiuta il sentimento a uscire e diventare pubblico. Applauso.
Ecco, queste sono solo alcune note di quello che accade dentro la poesia, Carver non si ferma: con la stessa disinvoltura nel libro che la contiene ci dice perché l'ha scritta e prima di tutto cos'è una poesia.
"Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto è un atto di comunicazione tra lo scrittore e il lettore. [...] Credo di essere nel giusto quando penso che quella di essere capito sia una premessa fondamentale da cui qualsiasi buon scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi.
Ma poi cos'è un Daredevil rosso?;-)
domenica 22 marzo 2015
La ragazza che non sapeva inginocchiarsi…
"Da qualche parte in me ci sono una malinconia, una tenerezza e anche un po’ di saggezza che cercano una forma. A volte mi passano dentro dialoghi, immagini e figure, atmosfere. Questo improvviso affiorare di qualcosa che dovrà diventare la mia verità. Questo amore per gli altri che dovrà essere conquistato – non nella politica o in un partito, ma in me stessa. C’è ancora una falsa timidezza che mi impedisce di confessarlo. La ragazza che non sapeva inginocchiarsi e che pure lo aveva imparato, sul ruvido tappeto di cocco di una disordinata camera da bagno. Ma sono faccende intime, più intime di quelle del sesso".
Etty Hillesum
domenica 18 gennaio 2015
"Chi te l'ha fatto fare?"
"Per me vivere all'estero deve essere una testimonianza di barriere abbattute. E' molto più che il bisogno di ambientarsi, è il desiderio quasi maniacale di capire l'altro, di assorbirne con profondo rispetto il modo di pensare per poi trattenere tutto ciò che di positivo contiene, nella convinzione che non esistono culture migliori di altre e che solo un eclettismo di tutti i lati migliori aprirà la mente dei figli a un futuro senza barriere. Lì trovo l'essenza del mio lavoro, sento l'odore della povertà e della privazione che alimenta come benzina il fuoco che anima la mia passione. La settimana scorsa ho portato Giuliana, Luca e Maddalena per quattro giorni in una zona montagnosa, tra minoranze etniche. Godevo al vedere i miei figli dentro capanne affumicate, a curiosare tra il nulla che costituisce la vita dei poveri".
Carlo Urbani, il primo medico contro la Sars.
Chissà quante volte gli hanno chiesto, in vita e da morto, "chi te l'ha fatto fare?" Invidio e invito le amiche mamme a far contagiare - sì, proprio contagiare - i figli dalla passione per l'altro, vicino e lontano. Sì, proprio oggi.
venerdì 26 dicembre 2014
Natale, se non è solo per spot
Mai avrei pensato che l'anziano prete che celebra la messa avrebbe tirato fuori, proprio all'inizio dell'omelia della notte di Natale, uno spot pubblicitario, la Grande Guerra, il segno di pace. Va be', il segno di pace sì. Non sono sicura che tutti abbiano compreso l'intreccio - eravamo tanti, mancavano le fonti del discorso, l'audio può fare cilecca -, ma le premesse per uno storytelling crossmediale c'erano tutte.
Si parte dal video pubblicitario che la catena di supermercati britannici Sainsbury ha realizzato per vendere tavolette di cioccolata: tre minuti di una storia vera di tregua tra gli eserciti inglese e tedesco che nel 1914 si combattevano sul fronte belga e che decidono di darsi ore di pace, celebrano una messa, giocano a pallone, si scambiano doni e strette di mano. Nello spot il dono è la tavoletta di cioccolato che il soldato inglese aveva ricevuto per posta poche ore prima da casa e che il soldato tedesco si ritrova in tasca. Payoff, “Christmas is for sharing” e marchio del supermercato in chiusura.
Si ricorda che è una storia vera, testimoniata dalle lettere che i soldati scrissero poi alle famiglie raccontando con stupore e gratitudine l'episodio partito dal basso, cioè da loro stessi, senza nessun ordine superiore anzi condannato dai generali, in modo spontaneo.
"Alle 4 del mattino la loro banda suonò alcuni canti, “God save the King” e “Home Sweet Home”. Puoi immaginare le nostre sensazioni. Più tardi vennero verso di noi, e i nostri uscirono per incontrarli. Nessuno di noi portava il fucile. Ho stretto le mani con alcuni di essi, e loro ci hanno dato sigarette e sigari. Non abbiamo sparato un colpo quel giorno. Abbiamo approfittato di quel giorno di quiete, guadagnando tempo sulla morte".
Intanto il racconto di Natale nella parrocchia di periferia a Roma va avanti, sottolineando il coraggio di tornare alla verità di esseri umani grazie a un Dio umano; siamo sempre di più e fa caldo, qualcuno si toglie la giacca e qualcun altro si siede per terra, appropriazione debita di suolo comunitario. Si canta in italiano mentre nello spot puoi imparare Stille Nacht e Silent Night a rime alternate.
Si parte dal video pubblicitario che la catena di supermercati britannici Sainsbury ha realizzato per vendere tavolette di cioccolata: tre minuti di una storia vera di tregua tra gli eserciti inglese e tedesco che nel 1914 si combattevano sul fronte belga e che decidono di darsi ore di pace, celebrano una messa, giocano a pallone, si scambiano doni e strette di mano. Nello spot il dono è la tavoletta di cioccolato che il soldato inglese aveva ricevuto per posta poche ore prima da casa e che il soldato tedesco si ritrova in tasca. Payoff, “Christmas is for sharing” e marchio del supermercato in chiusura.
Si ricorda che è una storia vera, testimoniata dalle lettere che i soldati scrissero poi alle famiglie raccontando con stupore e gratitudine l'episodio partito dal basso, cioè da loro stessi, senza nessun ordine superiore anzi condannato dai generali, in modo spontaneo.
Prima pagina del Daily Mirror sulla tregua di Natale del 1914 fra inglesi e tedeschi
Fuciliere J. Reading. Lettera pubblicata sul Bucks Examiner l’8 gennaio 1915
Chi si è messo sulla traccia delle lettere è Antonio Besana, manager di una multinazionale che nel 2005 vede il film Joyeux Noël, di Christian Carion e vuole saperne di più, tanto da tradurre le lettere e mettere a disposizione una piccola e preziosa parte di una storia più grande e molto più triste. Eh già, perché lo spot parte dalla realtà e passa dal cinema, è furbo e fa commuovere, ha fatto ricerca e ha messo insieme strati di realtà e desideri, complimenti.
Intanto il racconto di Natale nella parrocchia di periferia a Roma va avanti, sottolineando il coraggio di tornare alla verità di esseri umani grazie a un Dio umano; siamo sempre di più e fa caldo, qualcuno si toglie la giacca e qualcun altro si siede per terra, appropriazione debita di suolo comunitario. Si canta in italiano mentre nello spot puoi imparare Stille Nacht e Silent Night a rime alternate.
giovedì 19 giugno 2014
D come Death
Morte, vita.
Cadavere, persona.
Queste quattro parole le puoi leggere una in contraddizione dell'altra, una come andata e l'altra come ritorno, le puoi incrociare... il risultato sarà sempre lo stesso: ci stai facendo i conti.
Parlare e far parlare della morte non è facile, nella nostra cultura il tabù rimane, pure se crediamo nella resurrezione, ci avete fatto caso? Ci crediamo ma non bisogna parlarne, dà fastidio e porta pure male. Siamo leggermente ridicoli.
All'età di otto anni ho partecipato al primo funerale, quello di mio nonno paterno, e ho giurato a me stessa che mai avrei partecipato ad altri dolori se non avessi trovato anche il modo e la maniera di fare qualcosa con la morte, ché altrimenti sarebbe stata solo una pausa dai giorni di scuola.
Nel tempo ho scoperto di trovarmi a mio agio con i riti del Sud Italia, dell'Irlanda e del Sud del mondo, che col morto si parla e coi vivi si ricorda e si mangia insieme. Insomma, si celebra, non solo il sacerdote sull'altare.
Insomma, tutti i giorni usiamo tante parole, perché non anche per chi ci è stato e ci sarà sempre caro? Si piange per il dolore, ci si allontana e ci si avvicina. Se ci si perde sono guai.
Ed Prosser, un giovane producer radiofonico, ha fatto un audio documentario sulla morte. E ha scoperto che va a braccetto con la vita e che si tratta sempre di persone, quindi di noi.
Il titolo è D-Word. D come Death.
Cadavere, persona.
Queste quattro parole le puoi leggere una in contraddizione dell'altra, una come andata e l'altra come ritorno, le puoi incrociare... il risultato sarà sempre lo stesso: ci stai facendo i conti.
Parlare e far parlare della morte non è facile, nella nostra cultura il tabù rimane, pure se crediamo nella resurrezione, ci avete fatto caso? Ci crediamo ma non bisogna parlarne, dà fastidio e porta pure male. Siamo leggermente ridicoli.
All'età di otto anni ho partecipato al primo funerale, quello di mio nonno paterno, e ho giurato a me stessa che mai avrei partecipato ad altri dolori se non avessi trovato anche il modo e la maniera di fare qualcosa con la morte, ché altrimenti sarebbe stata solo una pausa dai giorni di scuola.
Nel tempo ho scoperto di trovarmi a mio agio con i riti del Sud Italia, dell'Irlanda e del Sud del mondo, che col morto si parla e coi vivi si ricorda e si mangia insieme. Insomma, si celebra, non solo il sacerdote sull'altare.
Insomma, tutti i giorni usiamo tante parole, perché non anche per chi ci è stato e ci sarà sempre caro? Si piange per il dolore, ci si allontana e ci si avvicina. Se ci si perde sono guai.
Ed Prosser, un giovane producer radiofonico, ha fatto un audio documentario sulla morte. E ha scoperto che va a braccetto con la vita e che si tratta sempre di persone, quindi di noi.
Il titolo è D-Word. D come Death.
venerdì 1 novembre 2013
Il Papa al Verano e l'audio fa cilecca
Ho visto gente che urtava corpi per prendere il corpo e lasciare lo spirito.
Ho visto la pubblica sicurezza che si faceva gli affari privati.
Ho giocato con uno scarafaggio, ho scambiato il numero di telefono, incontrato un'amica, pestato un piede e l'ho fatto apposta.
Ho pensato che chi ha curato l'impianto audio andasse buttato fuori, oppure lasciato dentro. Al cimitero Verano, dove papa Francesco ha celebrato la Messa per la festa di Ognissanti.
Un momento della registrazione di oggi pomeriggio, quando qualcuno si è finalmente accorto che a parte le giacche e cravatte scure delle prime file, le persone colorate dietro non sentivano nulla. E si facevano sentire.
martedì 15 ottobre 2013
Il fischio del merlo
![]() |
| Italo Calvino |
Lo scriverei tutto per filo e per segno, Il fischio del merlo, capitolo sul paesaggio sonoro, rapporti di coppia, silenzio e parola in Palomar di Italo Calvino. Che oggi avrebbe compiuto 90 anni, buon compleanno.
domenica 8 settembre 2013
Streben nach, sentire il movimento
Le vacanze sono finite già prima che io ricominciassi a scrivere post in questo blog. Avevo comunque bisogno di un tempo più lungo di silenzio, e di attesa. Avevo bisogno di pazienza.
Avevo imparato a portarli avanti, il silenzio, l'attesa e la pazienza, nel chiuso della mia testa per anni, quest'anno li ho praticati nella prova del corpo sottoposto non a immobilismo o passività, ma al movimento.
Camminare e correre sul prato e sulla sabbia, muovermi dentro l'acqua mi ha fatto sentire viva, in ascolto, desiderosa di non perdere durante l'inverno in città il rispetto per le mie estreme possibilità di conoscenza. La mano che sfiora l'acqua è la stessa che si tende per accarezzare, il piede che salta è lo stesso che cerca il primo passo che riconcilia. L'ho fatto, magari in modo maldestro a volte, ma ho fatto corpo col corpo che ho. L'ho usato, insomma, per fare dei pensieri le azioni più semplici e dirette.
Non sempre c'è stato l'applauso, a volte azioni e pensieri sono tornati a boomerang e hanno fatto tanto male. A volte c'è stata la liberazione e ho nostalgia dell'acqua che mi mette pace e di un pezzo di verde, foss'anche il giardinetto sotto casa.
E allora vado, andiamo, saltiamo le stagioni per stare all'aria aperta, beati nei rumori che quest'anno ho registrato all'istante: il temporale, il vento dal mare, i bambini vicini, le lamentele dei grandi, un'ambulanza che non smette, gli amici che ridono e i colleghi che filosofeggiano sulle mode del momento.
Quest'anno la parola d'ordine sarà "Streben nach", a cui le insegnanti aggiungevano "+ dativo", per ricordarci che il caso da mettere dopo quel verbo tedesco era uno strano complemento di termine. Streben nach, ossia tendere verso, senza ansie, solo desiderosi di realizzare il desiderio che ci portiamo dentro. Streben nach per sentire quello che in vacanza, se siamo stati attenti o fortunati o in preghiera, è capitato e ne vogliamo ancora. Streben nach è già movimento.
Avevo imparato a portarli avanti, il silenzio, l'attesa e la pazienza, nel chiuso della mia testa per anni, quest'anno li ho praticati nella prova del corpo sottoposto non a immobilismo o passività, ma al movimento.
Camminare e correre sul prato e sulla sabbia, muovermi dentro l'acqua mi ha fatto sentire viva, in ascolto, desiderosa di non perdere durante l'inverno in città il rispetto per le mie estreme possibilità di conoscenza. La mano che sfiora l'acqua è la stessa che si tende per accarezzare, il piede che salta è lo stesso che cerca il primo passo che riconcilia. L'ho fatto, magari in modo maldestro a volte, ma ho fatto corpo col corpo che ho. L'ho usato, insomma, per fare dei pensieri le azioni più semplici e dirette.
Non sempre c'è stato l'applauso, a volte azioni e pensieri sono tornati a boomerang e hanno fatto tanto male. A volte c'è stata la liberazione e ho nostalgia dell'acqua che mi mette pace e di un pezzo di verde, foss'anche il giardinetto sotto casa.
E allora vado, andiamo, saltiamo le stagioni per stare all'aria aperta, beati nei rumori che quest'anno ho registrato all'istante: il temporale, il vento dal mare, i bambini vicini, le lamentele dei grandi, un'ambulanza che non smette, gli amici che ridono e i colleghi che filosofeggiano sulle mode del momento.
Quest'anno la parola d'ordine sarà "Streben nach", a cui le insegnanti aggiungevano "+ dativo", per ricordarci che il caso da mettere dopo quel verbo tedesco era uno strano complemento di termine. Streben nach, ossia tendere verso, senza ansie, solo desiderosi di realizzare il desiderio che ci portiamo dentro. Streben nach per sentire quello che in vacanza, se siamo stati attenti o fortunati o in preghiera, è capitato e ne vogliamo ancora. Streben nach è già movimento.
sabato 13 luglio 2013
Buone vacanze
"Il giovane scrittore deve amare la scrittura. Amare l'atto di scrivere, il suono della macchina da scrivere, l'odore dell'inchiostro, tutto. E deve farne un mondo tutto suo e di nessun altro".
Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi
E questo vale per qualsiasi cosa facciamo, in qualsiasi attività decidiamo di impegnarci. Diciamo che l'amore è un'esperienza che attiva tutti i sensi, guai a voler essere conservatori in qualche aspetto. A noi il compito di custodirlo e farlo crescere, in silenzio, beati senza pensare e senza fare nulla che non sia amare ciò in cui siamo coinvolti.
Oggi scrivo davanti ai pioppi e ai pini di mare, coi capelli ricci per l'acqua salata e le braccia abbronzate. La natura che in città mi sfugge oggi mi sembra ancora una volta un regalo esagerato. Buone vacanze.
giovedì 9 maggio 2013
Radio Aut
Il fatto pubblico: 35 anni fa la mafia ammazzò Peppino Impastato. Viveva a Cinisi, Palermo, faceva Radio Aut e viveva a cento passi da quella del suo assassino Tano Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana. La mafia lui non la denunciava soltanto, la derideva, la ridicolizzava, perché l'ignoranza non può comprende competenze comunicative.
Il fatto privato: Pensavo che le bacheche di Facebook dei miei amici oggi fossero invase dai cento passi e tanti altri passi di Peppino, e invece no, solo pochi, sempre gli stessi. Ritrovo Peppino Impastato nel progetto Schermi in classe della Cinemovel Foundation, che dal 2006 con l'associazione Libera organizza Libero Cinema in Libera Terra, festival di cinema itinerante contro le mafie.
Il fatto privato: Pensavo che le bacheche di Facebook dei miei amici oggi fossero invase dai cento passi e tanti altri passi di Peppino, e invece no, solo pochi, sempre gli stessi. Ritrovo Peppino Impastato nel progetto Schermi in classe della Cinemovel Foundation, che dal 2006 con l'associazione Libera organizza Libero Cinema in Libera Terra, festival di cinema itinerante contro le mafie.
venerdì 2 novembre 2012
In silenzio a braccia conserte
Il fatto pubblico: "Sound imposes a narrative on you and it’s always someone else’s narrative. My experience of silence was like being awake inside a dream I could direct". Sul sito di Maria Popova Brain Pilings recupero una riflessione sul silenzio a opera di George Prochnik contenuta nel suo libro In Pursuit of Silence: Listening for Meaning in a World of Noise. E' nel silenzio che divento protagonista responsabile della mia narrazione e del senso che do al mondo. Di più, è la mia reazione al rumore e, ricordando il monaco buddista Ajahn Chah, "The noise isn’t bothering you. You are bothering the noise. What’s silent is my protest against the way things are".
Il fatto privato: In silenzio a braccia conserte sul banco era la punizione che ricevevamo alle elementari quando facevamo troppo chiasso, in silenzio in file per due scendevamo le scale che ci portavano in palestra dove potevamo scatenarci, in silenzio abbiamo temuto, sfidato e odiato il silenzio, lo cerchiamo tanto oggi che non siamo più piccole donne e piccoli uomini di una scuola qualsiasi che c'ha insegnato ad amarlo non come vuoto ma come scelta e riconoscimento di cose belle che accadono in silenzio.
Il fatto privato: In silenzio a braccia conserte sul banco era la punizione che ricevevamo alle elementari quando facevamo troppo chiasso, in silenzio in file per due scendevamo le scale che ci portavano in palestra dove potevamo scatenarci, in silenzio abbiamo temuto, sfidato e odiato il silenzio, lo cerchiamo tanto oggi che non siamo più piccole donne e piccoli uomini di una scuola qualsiasi che c'ha insegnato ad amarlo non come vuoto ma come scelta e riconoscimento di cose belle che accadono in silenzio.
mercoledì 5 settembre 2012
4'33''
Il fatto pubblico: Oggi il musicista John Cage avrebbe compiuto 100 anni (5 settembre 1912 - 12 agosto 1992). Forse li avrebbe festeggiati di nuovo in silenzio, come quella volta davanti al pianoforte ad ascoltare l'ambiente attorno a sé: qualche persona avrà soffiato spazientita, altre si saranno sussurrate all'orecchio "questo è pazzo" oppure "qui è una perdita di tempo, ridatemi i soldi del biglietto", altre saranno rimaste indecise se restare o andare via per tutto il tempo dell'esecuzione dell'opera 4'33'': quattro minuti e trentatrè secondi in cui il pianista resta in pausa davanti al pianoforte dall'inizio alla fine del pezzo.
Spiazzante, provocatorio, invitante. Lo spettatore partecipa all'opera nella sua realizzazione, ogni volta diversa e il silenzio in realtà parla. Non si tratta qui di musica d'ambiente ma di una musica dell'ambiente.
Il fatto privato: Il gioco di John Cage mi ricorda quelli del designer e grafico editoriale Bruno Munari, entrambi non hanno avuto paura di sperimentare e di divertirsi;-)
Spiazzante, provocatorio, invitante. Lo spettatore partecipa all'opera nella sua realizzazione, ogni volta diversa e il silenzio in realtà parla. Non si tratta qui di musica d'ambiente ma di una musica dell'ambiente.
Il fatto privato: Il gioco di John Cage mi ricorda quelli del designer e grafico editoriale Bruno Munari, entrambi non hanno avuto paura di sperimentare e di divertirsi;-)
sabato 4 agosto 2012
Perdersi e ritrovarsi a Berlino, nel silenzio e fra i suoni
"Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta". (Walter Benjamin in Infanzia berlinese).
Da tempo ho fatto mia questa frase e ogni volta che posso mi perdo a Roma, cioè non mi preoccupo della meta ma mi lascio andare al cammino, mi occupo solo di avere buone scarpe e tanta acqua se fa caldo. E' l'unico modo che conosca per continuare ad amare la città e la mia in particolare. E' lo stupore del turista e la concentrazione del pellegrino, se volete, è affidarsi a sé piuttosto che ai mezzi pubblici, se vogliamo essere più cinici, è anche scommettere che capiterà qualcosa o qualcuno.
A Berlino il gioco funziona meno proprio perché i trasporti funzionano meglio, perché lì non sono nata ma ci sono andata in vacanza, perché è difficile trovare lo spirito di una città che si sta ancora ricostruendo e che inciampa con i resti del passato che diventa monito ma non ostacolo al presente e al futuro. Tuttavia... anche a Berlino, una volta capita la mappa della città, si può lasciare la guida turistica che si portava in borsa, e che comunque pesa sempre troppo, e scoprire per esempio la stanza del silenzio, proprio accanto alla Porta di Brandeburgo. Ispirata alla stanza di meditazione che l’ex Segretario Generale dell’ONU, Dag Hammerskjöld, fece predisporre nel 1954 per i dipendenti dell’Onu a New York, il Raum der Stille accoglie qualsiasi persona di qualsiasi fede, idea, paese per stare insieme in silenzio e fare pace. Io mi sono seduta senza fare niente, senza pensare a niente, con me altre persone sconosciute, curiose, stanche, occhi aperti o chiusi.
Tornata a Roma ho ritrovato i suoni noti della mia famiglia e dei colleghi al lavoro, del tram sotto casa e del telefono dei vicini, vorrei costruire una mappa sonora della mia città. A Berlino l'hanno fatto: per ora è un semplice cd in vendita in qualche libreria del centro, ma scommetto che stanno progettando installazioni polisensoriali per far apprezzare ancora di più la loro città e farmi rifare il biglietto aereo:-)
Scusate la latitanza, sono tornata. Fa tanto caldo qui a Roma.
Da tempo ho fatto mia questa frase e ogni volta che posso mi perdo a Roma, cioè non mi preoccupo della meta ma mi lascio andare al cammino, mi occupo solo di avere buone scarpe e tanta acqua se fa caldo. E' l'unico modo che conosca per continuare ad amare la città e la mia in particolare. E' lo stupore del turista e la concentrazione del pellegrino, se volete, è affidarsi a sé piuttosto che ai mezzi pubblici, se vogliamo essere più cinici, è anche scommettere che capiterà qualcosa o qualcuno.
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| La pace in tutte le lingue. Berlino, ingresso stanza del silenzio |
Tornata a Roma ho ritrovato i suoni noti della mia famiglia e dei colleghi al lavoro, del tram sotto casa e del telefono dei vicini, vorrei costruire una mappa sonora della mia città. A Berlino l'hanno fatto: per ora è un semplice cd in vendita in qualche libreria del centro, ma scommetto che stanno progettando installazioni polisensoriali per far apprezzare ancora di più la loro città e farmi rifare il biglietto aereo:-)
Scusate la latitanza, sono tornata. Fa tanto caldo qui a Roma.
giovedì 22 settembre 2011
La musica delle cose
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| Diego Stocco in lavanderia |
Il fatto privato: La scorsa settimana ho comprato una nuova lavatrice. A parte i prezzi, quello che mi ha colpito è stata una postazione audio sopra una lavatrice di ultima generazione: per dimostrare che in fase di avvio, centrifuga e risciacqui non si rischia di disturbare i vicini, la lavatrice in questione aveva delle cuffie da indossare e l'invito pubblicitario "Ascolta il suono del silenzio". Chissà che ne pensa Diego Stocco.
lunedì 25 aprile 2011
Silenzio in sala
Il fatto pubblico: Forse non è un caso che negli ultimi giorni mi sia capitato tra le mani il libro Elogio del silenzio, di Boris Biancheri, che sia stata invitata a una Maratona del silenzio (ci vediamo ad Anghiari a giugno, a Torino non potrò esserci;-(, che, sempre per caso, abbia appena trovato su YouTube il video semplice e bello Nel silenzio e che lei, l'autrice, si chiami come me.
Il fatto privato: Quella sera a teatro l'attore mio amico, nel personaggio dell'esasperato coi rumori, mi pregò di finirla in fretta con la carta della caramella. Grazie a me ricevette il primo applauso a scena aperta, grazie a lui io non sono sprofondata nella poltrona ma mi sono sentita partecipe della messa in scena, convinta che anche nel silenzio della parola si possa fare la propria parte.
Il fatto privato: Quella sera a teatro l'attore mio amico, nel personaggio dell'esasperato coi rumori, mi pregò di finirla in fretta con la carta della caramella. Grazie a me ricevette il primo applauso a scena aperta, grazie a lui io non sono sprofondata nella poltrona ma mi sono sentita partecipe della messa in scena, convinta che anche nel silenzio della parola si possa fare la propria parte.
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