martedì 7 novembre 2017

Concorso giovani scrittori di parole scritte e parlate. Su QuartaRadio.it

Dunque, succede questo: Parole in Preda – Concorso per Giovani Scrittori su web side story.
Si tratta di un concorso letterario rivolto ai ragazzi italiani e stranieri dai 14 ai 20 anni che è lanciato dall'associazione culturale Aula39 di Cagliari e dalla web radio QuartaRadio.
Le info di dettaglio sono sul sito della radio, qui. Scade il 30 dicembre 2017.

"Il premio per gli elaborati selezionati sarà l’incisione audio podcast, la messa in onda on line, e la pubblicazione su www.quartaradio.it, oltre che la promozione in rete tramite social e media digitali".

Qui il punto non è tanto capire come sarà realizzato il podcast - che non sia la mera registrazione del testo scritto, proviamo una nuova imbastitura per un diverso canale - quanto proprio la sfida tra le righe: scrivere un breve testo sì, un racconto nello specifico, che possa essere digerito anche soltanto dalle orecchie, non per nulla diciamo radio.

Per i più giovani, penso, dovrà essere un gusto quello di provare a scrivere e rileggere ad alta voce una storia o un episodio di essa che sia forte nel cuore e nella memoria, capace di accendere una passione e mantenerla, capace di attraversare la pagina scritta e diventare racconto orale. 

Come ispiratore da portare in giro potrebbero usare il programma di RadioTre Rai dedicato ai grandi classici della letteratura internazionale adattati e letti per tutti noi Ad alta voce. Appunto.

Come ispiratore segreto potrebbero avvalersi di questo: Versify, tu racconti una storia, qualcun altro ne fa poesia. E se fosse questo il modo, proprio per chi è più giovane, di prendere in mano testi e vita, e farne poesia quotidiana?

Fateci sapere...







giovedì 2 novembre 2017

Te stesso al microfono: quale voce hai, quale voce usi?

"There are so many more considerations when it comes to voicing. That’s why there are voice coaches".

Rob Rosenthal su transom.org esprime considerazioni e fa esempi di come lui stava davanti al microfono ma mica gli piaceva tanto la voce ne usciva - troppo esaltata, troppo poco reale e adatta a quello che sentiva. In Sounding Like Yourself - che per inciso è un titolo che mi piace tantissimo - ci dice che in un prima del suo lavoro era solito stare in piedi davanti al microfono e leggere dal foglio di carta, poi però è passato alla posizione da seduto e ha sostituito lo script col pc... "Hmmm. I’m still too energetic and I still sound like I’m reading".

Cosa si sarà inventato ancora per non sembrare un annunciatore tv? Il pubblico all'ascolto se ne sarà accorto? Lui sì, e questo è già abbastanza, anzi molto.

Qual è, quindi, la postura che corrisponde alla nostra voce interiore quando raccontiamo una storia (e usiamo un registratore)? Ognuno trovi la sua e faccia esperimenti, ci sembra suggerire questo articolo. Ognuno sia onesto ed equilibrato, possiamo dire spingendo il discorso ben oltre i 5 o 10 o molti più minuti di registrazione. Già, perché se non suoniamo esattamente come sentiamo dentro, pur nello stupore di ascoltarci come fosse la prima volta in cuffia, restiamo con quella sensazione di fastidio, di non finito, di occasione persa che, come ogni professionista della voce sa, rischia di perseguitarti per giorni e giorni. 

Nello stesso articolo la radio producer e voice coach Viki Merrick offre in voce i suoi consigli e le sue esperienze davanti al microfono, il primo è la fase di scrittura: writing, writing as you talk. Anzi... la fase ancora prima, talk aut loud, dirsi prima a voce alta le cose che si intende scrivere.

Merita un ascolto attento e carta e penna per prendere appunti e poi... provare e darsi le proprie indicazioni per rispondere alla domana: How sound? How would you hear yourself?









 

sabato 21 ottobre 2017

MetroB Roma, il guasto tecnico

A volte succede di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, oppure nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Più frequente la seconda ipotesi, più frequente del passaggio della Metro B il 18 ottobre scorso a Roma.

E allora che fai? Usi l'occasione per registrare l'inferno in cui ti trovi, tu e altre centinaia di persone che vorrebbero tornare a casa dal lavoro ma restano alla stazione Tiburtina in attesa che qualcosa si sblocchi mentre l'Atac informa i signori viaggiatori che devono scendere dai vagoni per guasto tecnico e @InfoAtac su Twitter scrive che si tratta di guasto/manutenzione... Ma non sono cose diverse? Ma perché ci prende il sospetto che sia l'ennesimo sciopero underground mascherato da difetti alle vetture che pure ci sono? Perché ci trattano male?

Senza rancore ma anche senza vergogna, Atac, qui sotto una clip audio che pare un montaggio nei gironi dell'inferno e invece è solo il tasto rosso del cellulare che ho premuto "senza speranza e senza disperazione", i compagni di sventura hanno fatto il resto, anzi tutto.

Buon ascolto.




venerdì 11 agosto 2017

Non siamo proprio bastardi, dai

In questi giorni di caldo afoso in città mi godo l'aria condizionata e tanti tg e talk show. L'agenda è uguale per tutti, i fenomeni migratori in testa. Il modo di trattare le notizie anche. Mi capita di saltare sulla sedia, ma poiché è il divano, sprofondo per la vergogna e l'imbarazzo.

A volte sono le parole straniere pronunciate male, a volte il significato del nome etichetta "rifugiato", per esempio, altre volte la pigrizia di non ripetere i confini geografici, il governo di turno, cos'è la Convenzione di Ginevra del 1951, per esempio.

Mentre mi accaloro nonostante il fresco artificiale, ritrovo un pezzo letto su transom.org l'iniziativa della radio pubblica americana che raccoglie, online e offline, idee, tecniche e persone che fanno radio e più ampiamente condividono nuove e originali audio storie.

Il pezzo si chiama Despair, Inherited e a prima lettura potrebbe essere un fuori tema rispetto alle migrazioni e ai miei sprofondamenti sul divano. E' infatti sulla "postura" da tenere quando si ha a che fare con un tema difficile come può essere senza dubbio il suicidio: quale relazione attivare con chi sta raccontando la propria esperienza al microfono? Come non urtare la sensibilità eppure far emergere la realtà? Come mostrare e ricevere fiducia?

"You’re allowed to be vulnerable. You’re allowed to make mistakes. There’s a good chance you’ll be able to fix it if you mean well. And, as Ira Glass reminded us in class: You’re not bastards!"

Continua l'autrice dell'articolo Catarina Martins, ricordando quello che le hanno insegnato al Transom Story Workshop nella primavera del 2015: "We’re compassionate, empathic human beings and we have a chance to honor our characters".

Che sospiro di sollievo, si può essere empatici pur mantenendo alta l'attenzione alla storia che si sta svolgendo nelle nostre orecchie e di cui diventiamo custodi e annunciatori. Grande responsabilità.

Sarebbe bello vedere nei brevi servizi confezionati col cellophane l'incertezza di un attimo, la parola di scuse, il giornalista che ci regala qualche secondo di umanità e speriamo glielo lascino fare. Aspettiamo anche di ascoltare un linguaggio appropriato, le scuse quando si esagera o si fanno errori, la ricerca della verità come campo aperto anche da parte di chi conduce tg e talk show nei freddi studi televisivi con l'aria condizionata fra capo e collo. Anche se scorrono già i titoli di coda. L'empatia è pure quella con chi sta a casa sul divano.




mercoledì 19 luglio 2017

A casa di Anna, il bombardamento di San Lorenzo in audio doc

Il 6 marzo scorso è andata in onda per il programma "Tre Soldi" di Radio Tre Rai la prima puntata di Memorie di carta, l'audio documentario sui pezzi e i fatti di carta che non riusciamo, ancora e per fortuna, a dimenticare e che anzi vogliamo riportare alla luce leggendoli e condividendoli a voce alta. Anche davanti a un microfono.

A casa di Anna, la lettera ritrovata (foto A. Rapone)

E' quello che è successo la scorsa estate a casa di Anna, la signora di San Lorenzo che un giorno ritrova la lettera scritta dal fratello Ugo all'indomani del bombardamento del quartiere il 19 luglio 1943 e a cui ho chiesto di raccontarmi, per la centesima volta e forse anche di più, le tante storie legate a quel ritrovamento e a quel fatto. E Anna racconta volentieri, si commuove, corre spedita sul filo di episodi fondamentali che sembra ieri siano accaduti a lei e a molti altri. Poi incontro gli altri, gli abitanti del quartiere che le fanno coro e dicono, ognuno, come hanno vissuto quei momenti e quei giorni, cosa è successo dopo, chi si è salvato e chi non ce l'ha fatta. Non parlano volentieri ma con sincerità e lucidità estrema.

Poi il documentario prende forma e aggiunge puntate con altre persone e su altri oggetti cari sempre su carta: foto, ricette di cucina, diari e pagelle di scuola.

La prima puntata è quella a cui sono più sono affezionata, è quella su cui ho lavorato maggiormente e quella in cui mia nonna Anna ci fa una lezione di storia a partire da casa sua.

Buon ascolto a casa di Anna 





lunedì 10 luglio 2017

My Voice, l'app per i malati di SLA

A volte le parole non finiscono solo in cuffia. A volte entrano in un'app e restano un ricordo. Si chiama My Voice l'applicazione che consente ai malati di SLA di registrare per tempo, cioè prima del decorso della malattia, frasi ricordo di qualsiasi tipo con cui stare nel mondo e parlare ai propri cari.

Ci possono essere pensieri utili di vita pratica - ho freddo, ho fame - sia condivisione di sentimenti e riflessioni: sono comunque tutte importanti per restare in contatto attraverso quel fatto intimo e sociale che è la voce.

"Un 'vocabolario' preparato in anticipo, per quando il paziente non sarà più in grado di parlare. Le registrazioni verranno scaricate su un comunicatore che il malato potrà poi utilizzare anche solo attraverso il movimento degli occhi".
Questa e altre informazioni nel video che oggi Repubblica.it pubblica fra gli altri. A me sembra più importante, ma anche più straziante. E non per la musica con sequenza d'inganno, e dunque lacrima facile e dunque fastidiosa, che l'agenzia McCann ha scelto per realizzarlo, ma per il semplice e ineludibile fatto che la comunicazione di domani sarà spontanea e diretta nel pensiero ma per l'emissione voce e la scelta delle parole si dovrà aprire il barattolo-app e cercare quelle più adatte, sempre però lontane e asincrone.

Questa è la parte difficile da digerire del video, dopo il plauso all'iniziativa firmata nel laboratorio del centro NeMO dell’ospedale Niguarda a Milano. Viene voglia di fare lo stesso e di contribuire al progetto, di non perdere tempo e custodire la voce, le emozioni e anche i fatti. Poi domani si vedrà. Il grassetto è voluto.

Questa la scheda di YouMark, il sito di riferimento delle campagne pubblicitarie.





martedì 4 luglio 2017

A spasso per Roma, giovedì 6 luglio i quartieri di Roma si fanno ascoltare

Si chiama A spasso per Roma, è una visita guidata da 8 autori che permetterà di girare la città comodamente seduti in libreria. Quando? Il prossimo giovedì 6 luglio alle 20.30 presso "centro copie La Caffarella" a via Arrigo Davila 97-99.

Racconti, poesie, suggestioni teatrali e uno speciale esperimento di narrazione tutto in una serata.
Fra i quartieri visitati, Trastevere, Tor Pignattara e San Lorenzo.
Da un'idea di Silvia Lombardo con Clara Cerri.
Con la partecipazione della Palombi Editori.

E poi ci sono anche io, anzi c'è anche lei nelle vie del suo quartiere, San Lorenzo. Lei è mia nonna, che qualche tempo fa mi ha raccontato per la centesima volta il bombardamento delle strade e dei palazzi che ama tanto. Solo che quella volta ho acceso il registratore e oltre a lei ho raccolto la storia di molti altri bambini di allora. Quella storia è diventata un audio doc per Radio Tre Rai, per il ciclo Memorie di carta, dedicato al ritrovamento di lettere, diari, pagelle, riviste e ricette da cui rinasce la memoria personale e collettiva. 

Non sappiamo se giovedì 6 luglio lei sarà presente in libreria, deve ancora chiedere... di certo la sua voce timida e sfacciata guiderà la narrazione. Un pezzo di Roma la conosceremo nel passato e in ascolto. 

Vi aspettiamo.

lunedì 3 luglio 2017

Ancora su Fantozzi: il lavoro, le parole e i suoi tempi

Stiamo peggio oggi o ai tempi di Fantozzi?

Alessandro Gilioli su l'Espresso non dà l'altra opzione, non cerca un meglio possibile, esiste solo il peggio e il meno peggio: è dentro questa categoria che si può scegliere, forse. Il titolo del pezzo dedicato alla scomparsa di Paolo Villaggio si muove infatti nella consapevolezza che il lavoro ai nostri tempi sia un orizzonte precario, fatto di situazioni fasulle e di linguaggi che alterano volutamente la realtà.

Quello che manca oggi è l'azienda, la solidità di un contratto e di uno stipendio, l'abitudine rassicurante di incontrare le stesse facce di ogni giorno e di provare gli stessi sentimenti anche di odio, l'odio era ammesso ai tempi di Fantozzi.

L'articolo non fa sconti e allo stesso tempo non approfondisce, ma chissà quante volte abbiamo sentito i racconti di genitori, amici più grandi, noi stessi allo specchio del bagno per sapere che è tutto vero e che possiamo chiuderlo proprio noi, il pezzo coi pezzi di realtà mancante.

L'odio di Fantozzi era un sentimento, un legame, una forma di affetto perverso in tempi che non sapevano cosa fosse l'engagement e l'outdoor - uso altre parole per variare quelle dell'autore:-) - in cui si lodava il golfino di lana fatto a maglia per la nipotina della collega amica, perché di fondo si riconoscevano precise carte d'identità, cose persone, ruoli e soprannomi. A pelle non mi sarebbero piaciuti i golfini di lana così la pelle prude ai fuori porta che non siano gite fra amici.

"Non si riesce più nemmeno a ridere, parlando di lavoro, oggi". Finisce così l'articolo, ed è agghiacciante. Bisogna però continuare a narrare il lavoro, cercare le chiavi per riderne e piangerne insieme.







Fantozzi e lo smart working

L'avevo chiesto ad alcuni colleghi, cosa fosse per loro lo smart working. Qualcuno c'aveva preso, qualcuno era andato fuori strada. Mitico David e la sua "camminata tecnologia", smart walking appunto.

Lo chiedevo soprattutto a me stessa quando ero alle prese col badge in entrata, il badge smarrito, il traffico che impazza e la grande città che si blocca, gioie e dolori della vita in comunità. La vita dell'impiegato, insomma, più libero ora o più cattivo? Senza cravatta ma davvero mai più costretto?

Le domande che mi assillavano l'avevo fatte a manager, sindacalisti, impiegati e perfino al fisioterapista che ci rimetteva a posto la schiena e lo spirito a pezzi. Le risposte e il sentiero che si apriva erano finiti dentro l'audio documentario Smart working. Contro il logorio della vita moderna, con un chiaro omaggio nel titolo a Ernesto Calindri e al suo aperitivo a base di carciofo in mezzo a una strada. Lo vorrei vedere oggi.

Questa è la prima puntata dell'audio doc andato in onda in cinque puntate per RadioTre Rai, è quella a cui sono più affezionata per tanti motivi e perché c'è anche lui, Fantozzi, il ragioniere più famoso e bistrattato anzi logorato d'Italia, protagonista della vita da impiegato e dell'ufficio che fu.

Nel 2015 Fantozzi festeggiava i 40 anni, è passato tanto tempo. Eppure a me pare che anche se cerchiamo di essere più smart, sul lavoro e in altri ambiti, certe ansie, certi riti, certe pratiche non solo di carta resistano al tempo e ci tengano ancora in bilico fra il desiderio di lavoro agile, quello svolto anche in ambienti diversi dall'ufficio e rispetto ai tempi dell'organizzazione, e la macchinetta del caffè.

A Paolo Villaggio che oggi ci lascia, tutti i sospiri che facevamo guardandolo in tv e soffrendo con lui.





lunedì 12 giugno 2017

Orecchie e la maestra realtà di Carver

Una mattina ti svegli con un fischio alle orecchie. E te lo porti dietro tutta una giornata vissuta in bianco e nero fra familiari e sconosciuti che ti sembrano più assurdi di quello che sapevi. E il fischio rimane, e il fastidio cresce. Fino alla scena finale.

Il film si chiama Orecchie, di Alessandro Aronadio, conta l'attore Daniele Parisi come protagonista e tanti volti noti, tutti bravissimi nella loro controparte che ben ci sente e anzi contribuisce attivamente agli stordimenti surreali della vita. I miei preferiti sono Piera degli Esposti giornalista cinica e folle, Rocco Papaleo sacerdote distratto ma mica scemo.



Lui, la fidanzata, il prete - Orecchie

"Dopo che se ne fu tornato letto, si ripassò la lingua sui denti. Magari era solo una cosa a cui doveva abituarsi. Ma non era tanto sicuro. Poco prima di addormentarsi, era quasi riuscito a non pensarci più. Gli venne in mente il caldo che aveva fatto quel giorno e i bambini che sguazzavano nell'acqua... come cantavano gli uccelli quella mattina. Ma a un certo punto, durante la notte, lanciò un urlo e si svegliò tutto sudato, gli pareva di soffocare. No, no, continuava a ripetere, scalciando le coperte. La moglie si spaventò, perché non capiva cosa gli stava succedendo".

Questa è la fine di Il pelo, racconto di Raymond Carver, inserito da minimum fax nella raccolta del 2002 Per favore, non facciamo gli eroi.

Un racconto di estrema sintesi, di situazioni e camminamenti, come è il film Orecchie in cui il dato di realtà - qui il fischio all'orecchio come il pelo fra i denti lì- può essere segno di qualcos'altro. Ma in Carver la parola "esistenziale" non viene mai fuori, si può solo intuire e la soluzione al problema non c'è. Non c'è infatti nessuna scena finale eclatante come invece nel film, nessun moralismo, ci mancherebbe. E al lettore quel fastidio rimane. Capolavoro.

Insomma, il pelo dà più fastidio dell'acufene. Uomini e donne del suono, sappiatelo.




domenica 18 settembre 2016

Al MACRO di via Nizza a Roma perdi e guadagni tempo

Se a Roma il tempo è incerto vale la pena rischiare e camminare guardando all'insù oppure scegliere da subito un posto al chiuso ma che permetta, in qualche modo e in modo originale, di farci uscire se possibile e se ci va.

Uno di questi posti è il MACRO a via Nizza, il Museo d'Arte Contemporanea che di domenica soprattutto rende la mia città più europea, più semplice da girare, direi perfino organizzata e profumata. Non è un elogio al museo in sé ma al tempo lento che richiede visitare un luogo e una mostra e immaginare... altri giorni.

Fino al 27 novembre, a proposito di giorni, è in mostra Roma Pop City 60-67: dipinti, sculture, fotografie, installazioni e video degli artisti della cosiddetta "Scuola di piazza del Popolo". Ne conoscevo alcuni, come Mimmo Rotella, Mario Schifano, ignoravo Mario Ceroli e Tano Festa, per dirne alcuni. "Ignorantella in libertà", pronta però a scoprire e a tentare di fermare emozioni e pensieri.

Tano Festa, Armadio con cielo, 1964
Mi sarei portata a casa Armadio con cielo, di Tano Festa, per dirne una.

Così grata a chi ha conosciuto la città degli anni Sessanta e l'ha trasformata in arte, arte popolare, "pop" appunto, fotografando e rielaborando cartelli stradali, biglietti dell'autobus, cemento armato e ferraglia.

E poi sono entrata nella "stanza del tempo" e lì mi sono persa.
Mostra nella mostra, più di una stanza, in realtà, al primo piano del museo, è dedicata al tempo indagato da molti artisti.

Due opere mi hanno colpito più di tutte, forse perché tutte e due hanno a che fare con la carta e hanno risvegliato la nativa analogica che vive digitale, che sono io.

La prima opera è Sono stata io. Diario 1900-1999, di Daniela Comani, che racconta il XX secolo riportando una serie di date e fatti battuti a macchina e in prima persona, da cui il titolo dell'opera. Emozionante.

Daniela Comani, Sono stata io. Diario 1900-1999


Il gioco che si può fare qui è doppio, trovare la data del proprio compleanno e scoprire "dov'eri" nella storia quel giorno e cosa hai fatto. Oppure, leggere ad alta voce, un visitatore dopo l'altro tutto il muro che ospita l'opera: ne esce una storia collettiva in cui ognuno ha fatto la propria parte, buona o cattiva senza giudizio.

Non ho potuto evitare di fare un selfie, forse uno dei pochi che ho, in mezzo alle parole e ai numeri e alla storia.



Chiara Camoni, Dieci Giorni, 2003-2016
L'altra opera è di Chiara Camoni, Dieci Giorni. Si tratta di una performance in cui l'artista invita i visitatori ad accettare un suo personalissimo dono, quello dei 10 giorni cancellati dalla Riforma del calendario gregoriano, trovati e da restituire. Un gesto simbolico, certo, che lega artista "in remoto" e visitatore in sala, spezza ancora una volta il tempo e proprio col tempo fa il regalo che tutti abbiamo accettato con gioia, dieci giorni usciti dal conto della storia, quasi un'altra rivoluzione copernicana. "Ho in mano un pezzo di tempo", dice l'artista nelle scritte a parete, e io sono uscita dal museo con il foglio che certifica il dono più caro.

Ah, al MACRO c'è anche Kentridge, Triumphs and Laments, ossia i bozzetti che ammiriamo lungo il Tevere, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini. Ma questa è un'altra storia.




domenica 28 agosto 2016

Ogni caso

Ogni caso


Poteva accadere.
Doveva accadere.
E' accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E' accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l'ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un'ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c'era un bosco.
Per fortuna non c'erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno, un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull'acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba, a un passo, a un pelo da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall'attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c'è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.


Wislawa Szymborska, Elogio dei sogni



venerdì 26 agosto 2016

La "matriciana" e le vacanze familiari

La "matriciana", mi sbagliavo sempre, da piccola, la chiamavo così. E i miei genitori mi correggevano, a tavola e sulla scrivania. E mio padre mi spiegava che il piatto di spaghetti che mi piaceva tanto veniva da un paese non lontano da Roma ma neanche vicino, un paese in provincia di Rieti così vicino all'Abruzzo che fino al 1927 ne faceva parte. Con gente ospitale, da visitare come tanti sull'Appennino.

"Perché non ci andate in gita?" Suggeriva sempre mio padre ai tempi di scuola e io lo prendevo in giro, perché i nomi e i desideri dei primi viaggi erano Firenze e Venezia, Praga e Parigi: volevamo espanderci, superare i confini, rimanere in città. Amatrice, questo il nome del paese delle nostre conversazioni, era troppo vicino, troppo popolare, troppo da vacanza dai nonni. Troppo poco.

E infatti non ci siamo andati, io non ci sono mai stata, ad Amatrice. E raddoppio lo stato in luogo apposta, per dire quanto sia stata stupida e colpevole di ignoranza, ferma a pregiudizi e alla ricerca di posti lontani, non italiani, non familiari. Ferma da 20 anni.

Sono 20 anni che non torno nelle case dei nonni, in Umbria e nell'alto Lazio, le case di montagna che il 24 agosto hanno "ballato" sopra i sussulti del terremoto ma che hanno retto, avvezze ai movimenti e alla storia e agli errori del passato pure se i segni si vedono tutti.

20 anni che faccio vacanze familiari a singhiozzo, col contagocce o trovate altre frasi fatte per dire insomma che le evito, forse perché le case che le ospitano sono diventate troppo grandi per una famiglia che si è ristretta nel tempo.

Eppure non riesco a smettere di pensare ai molti che sono andati a trovare i parenti questa estate ad Amatrice e nei paesi vicini. Che avevano deciso di fare le vacanze familiari nelle case dei nonni, con i soliti quadri appesi alle pareti, i fiori finti, i piatti tipici, le processioni di Ferragosto, i fuochi d'artificio e la banda. Insomma, le certezze.

Mi porto un cumulo di ricordi e vedo in televisione un cumulo di macerie. Le sento addosso. Forse sto invecchiando, forse il racconto dei media è riuscito nell'intento, sta di fatto che a quelle case di quel paese che non ho conosciuto - finora - io mi sento legata. Ricomincerò a scoprire quelle di famiglia, a preparare valigie leggere non per l'imbarco in aereo ma per viaggi in macchina con sosta al primo autogrill, semplicemente a stare vicino.






mercoledì 27 luglio 2016

Poetry, il film

L'ho visto ieri in tv, Poetry, non lo conoscevo. Regia di Lee Chang-dong, anno 2010. 
A parte un paio di interruzioni me la sono gustata tutta... la poesia quando il resto è melma. Invece è poesia per chi con la realtà traffica e riesce a trascenderla. Sconsigliato per chi cerca azioni sangue ragioni. Anzi, forse consigliatissimo.



Con la splendida attrice Yu Lunghe, al centro di una storia che riguarderebbe altri ma di cui diviene protagonista nel momento in cui inizia a osservare una piccola parte di mondo e arrivare forse a migliorarlo... con una poesia.

Guarda il trailer 






domenica 24 luglio 2016

Chi l'ha detto? ... quello di Barbiana

Ancora una volta mi accorgo di quanto poco so di uno dei miei maestri, quelli che insegnano nel tempo a distanza.
Pensiero ritrovato e condiviso:-) Pensiero quanto meno attuale.


"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri".

don Lorenzo Milani






venerdì 8 luglio 2016

Dei delitti e delle pene, ricordi di scuola

Un giorno l'insegnante di lettere ci chiese: sei a favore o contro la pena di morte? Penso fosse uno dei maldestri tentativi della scuola per inserirsi nei temi sociali e uscire fuori dai libri e dalla letteratura. La mia, in particolare, ci faceva stare al riparo dalle questioni di vita e morte quotidiane che ci arrivavano attraverso i secoli dalla voce di scrittori e poeti. C'era poco spazio per l'attualità e per dire la nostra. Non era un male in toto ma neanche un bene.

La domanda quindi fu ancora più spiazzante. Penso che forse derivasse dalle pagine di Manzoni... sì, deve essere stato lui e suo nonno materno Cesare Beccaria con Dei delitti e delle pene a far venire in mente alla prof l'assurda domanda.

Assurda perché già preferivo immergermi in un'epoca e in una storia anziché costruire ponti improvvisati fra avi e posteri, assurda perché ero sicura che tutte noi, classe al femminile, avremmo esclamato senza dubbio: contro, prof, siamo contro la pena di morte, ma che domanda è la tua?

E invece fu un coro di dubbi e di risposte incerte, un tappeto sonoro di "chi sbaglia paga", "se tu mi uccidi perché io no?" E io pensavo che quantomeno "no, non puoi uccidere a tua volta perché già sei morto, accidenti. Un po' di logica". Però restai zitta, e quindi sbagliai alla grande, i dubbi vennero pure a me che volevo essere fuori dal coro e invece cantavo come tutte le altre.

Solo la compagna di classe etiope articolò un pensiero che usciva dal modello referendum e aggiungeva considerazioni personali... erano dure, ricordo, sofferte, a favore della vita. Portò a compimento il suo pensiero la stessa prof: "Io sono contro la pena di morte perché sono cristiana".

Mi spiazzò. Nella scuola cattolica quella mica era la dichiarazione per salvarsi il posto di lavoro e da parte nostra ottenere un buon voto, non si giocava così, lo sapevamo da tempo, e meno male. Quella era la verità che dicevamo di avere in tasca e che fino a pochi minuti prima proprio in tasca l'avevamo ricacciata. Subito a cercare parabole evangeliche per farci credere ancora alla salvezza dell'uomo già sulla terra, subito a guardare Barseba che toccava nervosa il ciondolo con la piccola croce che portava al collo e che in Arabia Saudita doveva nascondere ai controlli in aeroporto, subito a pensare... "ma era così semplice, perché la risposta non mi è venuta spontanea? Perché mi sono vergognata, perfino?"

Eh, perché semplice in fin dei conti non è, perché il rischio di rimanere al primo stadio dell'evoluzione come esseri umani lo corriamo a ogni età e ben vengano tutti i libri che ci dicono di aprire e leggere per crescere assieme alla comunità di uomini e donne come noi e anche diversi da noi. Ben venga una prof non proprio amata che in quell'occasione non mi diede fastidio come al solito ma mi permise di sentire fastidio per me stessa e per la classe in cui stavo: saremmo state in grado di crescere davvero, piccole donne senza coraggio?

Certo, ancora una volta, aveva ridotto a zero ogni pensiero illuminista sulla pena di morte e aveva scavalcato Beccaria abbracciando la pietà del nipote Manzoni, aveva pure osato proclamare la sua e la nostra religione, così, senza pudore e a voce alta.

Poi siamo cresciute e coi fatti di cronaca che qualcuna di noi vive in prima persona siamo sempre più alle prese con le scelte per restare umani davvero, con la bontà da riconoscere e usare ogni giorno e mai una volta per tutte. Incredibile quanto sia facile dimenticare.

L'università che ho frequentato aveva una targa all'ingresso che ho subito considerato un benvenuto fra persone adulte e responsabili del bene comune. La targa diceva più o meno così: questa università rifiuta e condanna ogni forma di fascismo e razzismo. Ero a casa. E anche dentro casa, ci fossero stati episodi di fascismo e razzismo io li avrei rifiutati e condannati, chiamati col loro nome, per la Costituzione che studiavo, per il Vangelo che cercavo di vivere, per quell'antipatica della prof di lettere che a scuola mi metteva sempre in difficoltà (e poi io avrei scelto di leggere e scrivere tutta la vita).

Ecco, per ogni fatto di razzismo e fascismo che uccide l'uomo e il suo spirito vale la pena togliersi le cuffie e riconoscere il delitto e assegnare la punizione, errore blu, pure sottolineato. E continuare ad amare, nonostante tutto.






Le cuffie mi tengono caldo

Ho diversi amici che vivono in cuffia. Mi piace guardarli mentre si staccano dalla sedia su cui sono seduti, escono dalla stanza in cui lavorano e trafficano coi suoni di una realtà che sta da un'altra parte, chissà dove. Restano inchiodati alla sedia, beninteso, magari consumano sigarette, caramelle, coca-cola per convivere con lo stress di non voler mollare un passaggio, una voce, una nota, ma in quei minuti e in quelle ore la loro vita è dentro quello che succede in cuffia. Se urli ti sentono, sì, ma non ti danno attenzione, del resto appartieni a un mondo che in quel luuuungo momento non serve più, è già lontano.

Poi è bello tornarci per cenare insieme, per leggere un'email, per ridere del condominio e organizzare le vacanze, ma quello che succede in cuffia è un'altra cosa.

Io in cuffia ci lavoro, a volte, e le metto di notte per ascoltare qualche lavoro audio che disturberebbe i vicini. Ecco, nel momento stesso in cui faccio il gesto di portarle alle orecchie mi carico di responsabilità e di attesa verso quello che succederà dentro la morbida pelle che mi isola dal mondo di tutti. Inizia il viaggio: faticoso, snervante a volte, appassionato se sto curando il montaggio di un'intervista audio, incuriosito e affascinato se la storia è di un altro e io mi ci immergo rendendo grazie alla perizia e all'amore di chi me l'ha regalata.

Beatlesphones

Dentro le cuffie può succedere di tutto, eppure io sto protetta, nella cuccia in esplorazione del mondo. Sono freddolosa, le cuffie mi tengono caldo e pure in estate non mi danno fastidio. Mi fanno sentire vicina a tutti quelli che nello stesso momento compiono il gesto sacro dell'isolamento e della concentrazione che porta alla diffusione di una novità.
Se non ci fosse quel primo gesto non ci sarebbero una musica e una storia da condividere poi.

Ecco, al pari del primo gesto di indossarle, quello finale di togliersele soddisfatti e anche sudati è altrettanto bello e sacro. Perché poi dalle cuffie devi uscire, proprio come quando chiudi l'ultima pagina del libro e ti confronti coi piatti della sera prima che ti salutano dal lavandino: i suoni di un altro mondo ti ronzano in testa e ti permettono di non disperarti se un piatto si rompe, le bollette ti aspettano, tuo figlio ha preso la varicella ed è estate.

... La foto sopra è presa dal sito Archiviostore, dal pezzo che racconta in breve la storia delle cuffie.






martedì 28 giugno 2016

"Bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto"

"Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto".

(Lettera ai giudici - don Milani)

Càpito per caso sulla pagina Facebook dedicata a don Lorenzo Milani e mi attira la frase che ho copiato e incollato in apertura del post. In particolare mi piace il richiamo a sentirsi "l'unico responsabile di tutto".

In famiglia, a casa, chi butta la spazzatura, chi manda l'email, chi sbaglia e chi paga, cioè tutti, chi riceve il premio e chi lavora a prescindere, chi si rifiuta di eseguire e ci mette anima e corpo.

Questo secondo me è fare la rivoluzione: scardinare i luoghi comuni, il lamento facile e mai tirarsi indietro anche se non direttamente coinvolti in una situazione, bella o brutta. Porterà un sacco di problemi, e il sacco resta.

Mi sembra un buon modo di tornare a scrivere e ascoltare "parole in cuffia".






sabato 4 giugno 2016

Colti sul fatto, frammenti di storie audio

Si chiama Random Tape ed è il blog in cui il radio producer indipendente David Weinberg raccoglie originali registrazioni di fatti, persone, episodi della vita di tutti i giorni. Lui dice che non si tratta di vere e proprie storie, piuttosto di squarci temporali in cui qualcosa di completamente inaspettato accade e ci cambia le carte finora messe in tavola.
Non c'è allora un inizio, uno svolgimento, una fine, insomma la classica struttura delle storie che possono andare bene in radio, ma "momenti audio" colti sul fatto e poi riproposti nel blog.

"We all have those moments in our lives where we are going about our daily routine and all of a sudden something completely unexpected happens and shakes us out of reality for a brief moment. This is what I’m trying to do on Random Tape".

Registrazioni casuali, certo, in realtà sempre curate, a volte la sua voce solo, e la curiosità di sapere di più sulle altre voci che ascoltiamo. No, non è un'esperienza frustrante, entrare nella storia già cominciata e uscirne quando ancora deve finire. Del resto accade così proprio nella vita di tutti i giorni: provate a fare rec a un certo punto della vostra giornata e poi a spegnere di colpo. Poi passate il nastro (! dovevo usare ancora questa parola che fa esperienza!) a uno sconosciuto per strada e a osservarne la reazione. Dopo avervi preso per matti non vi ringrazierà mai abbastanza per essere riuscito a entrare nella "vita degli altri", la vostra, e aver compreso tutto, più che della sua.
Gli rimangono tante domande, dubbi, perfino timori ma il più è fatto: la curiosità non sarà mai sazia, l'immaginazione è al potere, le connessioni fra i vostri silenzi, i colpi di tosse, la voce che si fa più bassa, a volte, gli stanno aprendo un mondo che non sarebbe riuscito a intravvedere altrimenti neanche guardandovi da una vita.

Vale la pena provarci, vale la pena cominciare ad ascoltare e a cogliere qualche random tape.
Io li chiamo "cortoascolti" e amo farli anche io. Ma i miei per ora sono troppo random, e sono qui:-)






domenica 22 maggio 2016

Corpo a corpo, 7 minuti per dirci chi siamo

E poi accade che ricevi una email a cui tenevi ma che ti eri scordata nella lista dei desideri. La mail ti informa che sei tra i selezionati al premio L'anello debole all'interno del Capodarco l'Altro festival.

Non sei tu tra i selezionati, a dire il vero, ma un lavoro a cui tieni, piccolo anzi breve ma prezioso per diverse ragioni. Si chiama Corpo a corpo, gli hai dato questo nome perché i due protagonisti li hai conosciuti così, per una stretta di mano e qualche parola di troppo, perché loro non hanno paura di confrontarsi con ogni cellula di sé ogni volta che si incontrano e ti incontrano, perché noi tutti conosciamo col corpo e il suono passa di lì. Si tratta di 7 minuti di un lavoro audio che ora aspetta il giudizio della "giuria di qualità", brivido. E poi di quella popolare, altro brivido.

Questa la scheda dell'opera, poche righe anche qui, e i 7 minuti di Corpo a corpo.

Promosso dalla Comunità di Capodarco di Fermo, il premio "L'anello debole" è importante perché tratta di "temi sociali", viene assegnato alle migliori produzioni video e audio di tipo giornalistico e di fiction che affrontano temi sociali, primissimo e ultimo brivido.

Quello che a me qui preme dire - al di là dell'emozione dell'email informativa e del senso di responsabilità che mi ha preso dopo, più che durante la registrazione del pomeriggio insieme a Francesco e Simone, i protagonisti del mio lavoro - è quanto sia bello, inaspettato e sfacciatamente intrigante poter chiacchierare con ogni persona uguale e diversa da te. Mica è detto mica è facile.
E' sempre una scommessa con se stessi, l'altro e il mondo tutto quando uno della partita decide di fidarsi e si lascia andare, tu accendi il registratore, te lo scordi e a volte non vuoi fare neanche più i conti con l'ambiente e i guai che ti porterà stare in un salone che riverbera: quello che conta sono le facce, la voce, la conversazione che va liscia e quei tanti minuti, che alla fine saranno 7, per dirci chi siamo.

Ecco, mi piacerebbe che ognuno di noi trovasse spesso 7 minuti per incontrare qualcuno e scoprire se stesso. Anche senza registratore, anche senza premio.