venerdì 18 aprile 2014

Audio documentari al cinema, il concorso. Anzi, il contest

Si chiama “Contest, il documentario in sala” ed è la rassegna dedicata al cinema del reale che si svolge dal 27 maggio al 1 giugno prossimi al Nuovo Cinema Aquila a Roma. Si chiama Premio AudioDoc il concorso di audio documentari che quest’anno si lega alla quarta edizione della rassegna cinematografica e invita alla partecipazione e all’ascolto di opere sonore edite e inedite a tema libero.


Il Premio è organizzato dall’associazione di audio documentaristi indipendenti Audiodoc e Tratti Documentari.

In finale arriveranno sei audio documentari valutati da una giuria popolare e da alcuni esperti del settore. Al miglior audio documentario sarà assegnato un premio di 1.000 euro. 

È possibile far parte della giuria del pubblico compilando la richiesta di partecipazione disponibile sul sito del Nuovo Cinema Aquila.


Maggiori informazioni sono anche sul sito Audiodoc, con il bando e la scheda di iscrizione.






sabato 12 aprile 2014

Audio dramma in fonderia

Novità: Parole in cuffia da qualche giorno è entrato nell'audio catalogo della Fonderia Mercury.

Cinque puntate da scaricare e sentire come e dove si vuole.
Sono le cinque parti in cui si struttura la storia ambientata tra radio e call center dell'audio dramma originale nato nel 2011 e concepito qualche anno prima.
Dentro c'è anche il monologo dedicato alle parole.

Se nomen est omen, penso che Fonderia porterà bene a Parole in cuffia per lo spirito e i progetti di contaminazione fra teatro, radio e web che caratterizzano entrambi.





La bambina Carolina

Stare al parco alle quattro di pomeriggio da sola su una panchina non è da tutti e non a tutti piace o piacerebbe. Si oscilla tra il lusso colpevole, cioè il tempo rubato ad altro, e la vergogna di non avere una carrozzina accanto. Perché in genere alle quattro del pomeriggio si lavora, solo se si è mamma da poco, oppure babysitter, si può portare a spasso il bambino, un uomo accanto a quell'ora è un fannullone o un artista, più probabile il primo.

Eppure la panchina mi ha sempre attirato, non vedo l'ora di diventare vecchia per avere meno scuse per sedermi e semplicemente stare. Ogni volta che posso faccio le prove e mi riesce già bene, stare in panchina senza parlare al cellulare, leggere un libro, sentire la musica, usarla per fare gli esercizi di ginnastica. Al massimo osservare. E qualche giorno fa è arrivata la bambina Carolina.

Il parco era uno diverso dal solito, popolato da poche neomamme e due signore anziane una delle quali mi ha scambiato per la figlia. Un gruppetto di bambine all'improvviso si è messo a correre verso l'amichetta che varcava i cancelli e sorridente si faceva circondare da voci e da abbracci. In panchina invidiavo tanto amicizia e acclamazione.
Poi le bambine, massimo cinque anni, hanno cominciato a intonare un "Carolina, Carolina, dammi il tuo monopattino". E io ho cominciato a provare fastidio. Davanti a me le bambine continuavano a tirare Carolina che faceva resistenza, allora è intervenuta la mamma, bionda e chiara come la figlia.
"Carolina, dai il monopattino anche a loro, devi essere generosa, altrimenti non ti ci porto più". E poi "Lo vedi che succede a portare il monopattino al parco? Tutti lo vogliono, o glielo dai o te lo tolgo".

Carolina non è convinta e io l'aiuto nelle sue convinzioni: il monopattino E' di Carolina, Carolina ci deve giocare. Poi, forse, ci saliranno le altre. PRIMA si deve divertire lei, si deve gustare la ghiaia sotto la gomma, lasciatele il giocattolo. Da grande le riempiranno la testa con concetti come la condivisione, l'eguale partecipazione, perfino le pari opportunità, e poi questi concetti verranno traditi e poche volte messi davvero in pratica, fatela essere egoista, ora.

Carolina mi guarda interdetta, poi io ricevo una telefonata, lascio la panchina e la lascio in balìa di mamma, amichette, monopattino con cui le è passata la voglia di giocare. Vi odio, avete rovinato il pomeriggio a me e a Carolina. Combatterò per ogni donna e i suoi piaceri, accidenti.




lunedì 31 marzo 2014

42,4%

E' la percentuale di disoccupati in Italia che Presa diretta su Rai 3 sta trasmettendo. Al Sud saliamo al 55% e considerando solo le donne la cifra è 46%. Numeri che fanno paura.

Numeri che devono fare paura.

In questo periodo sto prendendo appunti per un lavoro sul lavoro ed è il motivo per cui non ho più scritto sul blog, scusate non si fa, lo so. A proposito di appunti e di numeri lancio l'invito a tracciare una mappa di iniziative di lavoro andate a male e di quelle che ce la fanno. Serve ad aprire gli occhi, a passare lungo le strade delle fabbriche e a contare chi resta e chi chiude, a scoprire al centro e in periferia i negozi aperti e quelli chiusi. E' il solito invito a non farci gli affari nostri, a pensare che se uno ha il lavoro allora il mondo gira bene per tutti, che se uno fallisce allora non c'è più speranza per nessuno. Serve a tenere gli occhi aperti sui provvedimenti governativi in tema lavoro che ci riguardano tutti.


sabato 8 marzo 2014

Donne con l'hula hoop, anzi con l'ula-op

Le donne che preferisco sono quelle gentili senza essere nobili, capaci di dire le parolacce senza perdere la fede e mantenendo il rossetto. Magari col vizio del burro di cacao, dell'amico immaginario anche se hanno quarant'anni, anzi proprio perché ce l'hanno, quarant'anni e l'amico immaginario, allegre senza motivo e per questo sfacciate. Allegre pure coi lacrimoni mentre guidano e si appanna la vista e l'uomo al semaforo non sa se pulire il vetro o mollare tutto il pacchetto di fazzoletti. Compie il primo gesto e si becca la parolaccia, perché certe donne decidono loro quando dare conforto oppure riceverlo. 

E i lacrimoni se li portano fin sotto casa, perché l'amico vero non è andato alla loro festa di compleanno, ché neanche alle elementari ci avrebbero badato tanto, indaffarate com'erano a crescere egoiste e quindi a cercare una possibilità di difendersi a scuola. Poi hanno letto un paio di libri come Piccole donne e Una ragazza fuori moda e hanno pensato che anche negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso si potesse stare sopra un albero con in mano una mela e nell'altra la penna, provando a diventare scrittrici senza darla al primo venuto. 

Sciocche anche senza ciocche ribelli al vento, coi capelli corti che fanno indipendenza già prima di andare a vivere da sole, o con le amiche, o col secondo venuto. Infarcite di nozioni di diritto del lavoro, rudimenti sindacali, commercialiste e principesse del foro alle prese coi primi lavori e la necessità di difendersi sul lavoro, stavolta. Lì incontrano altre donne e scoprono che non tutte hanno letto gli stessi libri da piccole, che con le parolacce si può fare carriera e la fede la portano solo al dito, ché fa cultura-famiglia-sicurezza sociale, che la parola "contratto" fa paura e il contatto umano anche di più. Sulle scrivanie sporche c'è una bottiglietta di amuchina, aumenta la presenza sui social network. 

Hula hoop e piedi, foto A. Rapone
Continuano a scrivere e a fare di conto, perché se l'istruzione è importante, la formazione continua lo è ancora di più, vanno anche a ballare, perché tutto cervello agli uomini non piace e a loro neppure. Ma agli uomini non piace ballare, si sa, e allora escono insieme, parrucchiere e impiegate, insegnanti e negozianti, libere professioniste e disoccupate che spesso sono la stessa persona. Fanno caciara, si dice a Roma, bevono e una bottiglia di birra finisce sul tettino della loro auto bella ma è stato un altro, un maschio. Non sono fortunate, no, di solito no.

Si buttano giù, si sentono sole e incomprese, anche se a volte ne vanno pure orgogliose, perché nel frattempo hanno imparato che il dolore fa esperienza e senza esperienza si è meno ricche, intanto hanno acceso un mutuo e scelto di essere povere. A volte l'orgoglio viene messo da parte e si sciolgono al telefono con quello carino, o con quello brutto che tanto è lo stesso. E la mattina, davanti al tazzone di tè che hanno sempre preferito al latte, si piacciono e compiacciono un po', senza esagerare. Solo il tempo di puntare all'ultimo regalo di compleanno delle amiche, farci un giro e pure una risata, restare a guardarsi i piedi e pensare che forse non è tardi per muoversi e cercare altro, vai a sapere cos'è.

Intanto iniziano con l'hula hoop, cioè con l'ula-op, che gira se ti impegni a farlo girare, se coordini il bacino, il braccio, la gamba... con tutto il corpo, se ti scuoti, insomma. E resti allegra, sempre un po' sfacciata, di nuovo egoista. Un po' affaticata perché le candeline che hai spento da poco erano tante. Auguri. 








domenica 23 febbraio 2014

Il tempo e il gusto del lavoro

Ho letto con avidità i 21 consigli per lavorare meglio, del giovane Jordan Bates che insegna inglese nella Corea del Sud, e questo già mi ha tranquillizzato. E' una lista lunga, e questo mi è piaciuto decisamente meno, a cui Internazionale rinvia dalla sua "stanza dei grafici", la rubrica piena di segnalazioni interessanti e diverse ogni settimana.

Bene, terminata la lettura mi sono detta che li conoscevo già tutti, i 21 consigli, e da molto tempo, sicuramente da prima che iniziassi a lavorare, ed era la fine degli anni Novanta, non un secolo fa, ma invece sì.

Poi li ho riletti, per mettere alla prova la mia presunzione e ricavare qualcosa che non fosse solo ricordi e alzatucce di spalle. Work smarter, not harder è un aiuto nella riflessione che sto facendo ormai da tempo sul tempo del lavoro.

Il punto 4 io l'ho imparato a scuola, a lezione di religione: Devote your entire focus to the task at hand. Che nella voce del sacerdote abruzzese diventava "Concentrati sul presente e su quello che le tue orecchie stanno ascoltando. Dopo avrai ginnastica, non ti portare un libro per ripassare ma dai il 100% nella partita di pallavolo. E così via, senza dispersione di energie e troppi pensieri in testa. L'ho sempre fatto e confermo che solo così si prende il gusto di ogni attimo, anche di quelli difficili.

Va da sé che "Leave a buffer-time between tasks" me lo sono portato dietro dai compiti a casa, quando mi alzavo dopo aver ripassato storia o finito un esercizio lungo di matematica, facevo merenda o una passeggiata, o tutte e due.

Find time for stillness, siamo al punto 20, è quanto mai fondamentale. Io per esempio mi devo difendere dalle chiacchiere dell'ufficio che continuano anche quando siamo fuori: aver detto un chiaro NO a commenti, telefonate fuori orario e pericolose pratiche social mi ha reso nel tempo più forte e più rispettata. Non sempre riesce, è un esercizio costante di pulizia del principale hard disk, il cervello.

Va be', il punto fuori elenco vuole che ognuno di noi si diverta mentre lavora, tornando all'essenziale: "wonderful things will happen". Dai Bates, pure se non accadranno cose meravigliose, qualcosa accadrà, magari terminare un lavoro con meno stress e in tempo per alzarsi e fare quella passeggiata senza pensieri. Mi sembra già un buon modo per affrontare domani un'altra settimana.

Nell'elenco di Bates aggiungerei di non guardare sempre l'orologio e neppure il calendario: quando si è immersi in un lavoro si va in profondità e la timeline è fasulla, rischia di far venire l'ansia e restare in superficie. Serve all'inizio per fissare il tempo, ma poi l'immersione si fa senza neppure i subacquei.




giovedì 20 febbraio 2014

La scrittura e l'ufficio

"La scrittura e l'ufficio non si possono conciliare, dal momento che la scrittura ha il suo centro di gravità nella profondità, mentre l'ufficio si colloca nella superficie della vita" (Franz Kafka alla fidanzata Felice Bauer, 1913). 

"Ciccia scopre che i suoi tormenti erano anche quelli di Kafka, a cui però lo scrittore che lavorava all'Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro del Regno di Boemia a Praga aveva già trovato soluzione, pure se continuava a lamentarsi: l'ufficio con tutti gli impiegati, gli stipendi, i capi, l'assenteismo e i favoritismi entrava nei suoi romanzi e lì trovava profondità. Il castello, Il processo... 
Certe idee e allegorie nacquero, se può essere facile la logica causa-effetto, non solo nella piccola e bassa casetta in cui viveva, ma negli stretti e grigi corridoi in cui il suo ufficio si trovava. 

Ciccia decide di non lamentarsi più e di fare come il suo scrittore preferito: vivere nel luogo di lavoro senza avere paura di incontrare i suoi fantasmi, di respirare il suo odore, di conoscere i suoi segreti. Perché il racconto inizia anche da lì. 
P.S. Pappa ha paura che la sua amica si perda nel Castello o finisca sotto Processo... ma allora sarebbero in due, sempre alla ricerca di senso..."

Ho provato tenerezza e anche un po' di imbarazzo a rileggere cosa scribacchiavo nel 2009 in un blog surreale dal nome Pappa&Ciccia. Presentava ogni giorno in poche righe i dialoghi assurdi e poetici fra due figure, maschile e femminile, due parti di uno che vedevano il mondo a modo loro e se lo raccontavano per cercare di comprenderlo. 

In una riunione di lavoro ieri mi è stato chiesto quale sia il mio hobby, ho risposto "scrivere", rischiando di apparire noiosa per la continuità fra il dentro e il fuori dell'azienda, neanche tanto rispettosa per quello che è parte della mia identità, per forza però sincera. Perché scrivere non appartiene a un tempo libero o a un tempo occupato e mi piacerebbe parlare con Kafka di questo.