mercoledì 19 luglio 2017

A casa di Anna, il bombardamento di San Lorenzo in audio doc

Il 6 marzo scorso è andata in onda per il programma "Tre Soldi" di Radio Tre Rai la prima puntata di Memorie di carta, l'audio documentario sui pezzi e i fatti di carta che non riusciamo, ancora e per fortuna, a dimenticare e che anzi vogliamo riportare alla luce leggendoli e condividendoli a voce alta. Anche davanti a un microfono.

A casa di Anna, la lettera ritrovata (foto A. Rapone)

E' quello che è successo la scorsa estate a casa di Anna, la signora di San Lorenzo che un giorno ritrova la lettera scritta dal fratello Ugo all'indomani del bombardamento del quartiere il 19 luglio 1943 e a cui ho chiesto di raccontarmi, per la centesima volta e forse anche di più, le tante storie legate a quel ritrovamento e a quel fatto. E Anna racconta volentieri, si commuove, corre spedita sul filo di episodi fondamentali che sembra ieri siano accaduti a lei e a molti altri. Poi incontro gli altri, gli abitanti del quartiere che le fanno coro e dicono, ognuno, come hanno vissuto quei momenti e quei giorni, cosa è successo dopo, chi si è salvato e chi non ce l'ha fatta. Non parlano volentieri ma con sincerità e lucidità estrema.

Poi il documentario prende forma e aggiunge puntate con altre persone e su altri oggetti cari sempre su carta: foto, ricette di cucina, diari e pagelle di scuola.

La prima puntata è quella a cui sono più sono affezionata, è quella su cui ho lavorato maggiormente e quella in cui mia nonna Anna ci fa una lezione di storia a partire da casa sua.

Buon ascolto a casa di Anna 





lunedì 10 luglio 2017

My Voice, l'app per i malati di SLA

A volte le parole non finiscono solo in cuffia. A volte entrano in un'app e restano un ricordo. Si chiama My Voice l'applicazione che consente ai malati di SLA di registrare per tempo, cioè prima del decorso della malattia, frasi ricordo di qualsiasi tipo con cui stare nel mondo e parlare ai propri cari.

Ci possono essere pensieri utili di vita pratica - ho freddo, ho fame - sia condivisione di sentimenti e riflessioni: sono comunque tutte importanti per restare in contatto attraverso quel fatto intimo e sociale che è la voce.

"Un 'vocabolario' preparato in anticipo, per quando il paziente non sarà più in grado di parlare. Le registrazioni verranno scaricate su un comunicatore che il malato potrà poi utilizzare anche solo attraverso il movimento degli occhi".
Questa e altre informazioni nel video che oggi Repubblica.it pubblica fra gli altri. A me sembra più importante, ma anche più straziante. E non per la musica con sequenza d'inganno, e dunque lacrima facile e dunque fastidiosa, che l'agenzia McCann ha scelto per realizzarlo, ma per il semplice e ineludibile fatto che la comunicazione di domani sarà spontanea e diretta nel pensiero ma per l'emissione voce e la scelta delle parole si dovrà aprire il barattolo-app e cercare quelle più adatte, sempre però lontane e asincrone.

Questa è la parte difficile da digerire del video, dopo il plauso all'iniziativa firmata nel laboratorio del centro NeMO dell’ospedale Niguarda a Milano. Viene voglia di fare lo stesso e di contribuire al progetto, di non perdere tempo e custodire la voce, le emozioni e anche i fatti. Poi domani si vedrà. Il grassetto è voluto.

Questa la scheda di YouMark, il sito di riferimento delle campagne pubblicitarie.





martedì 4 luglio 2017

A spasso per Roma, giovedì 6 luglio i quartieri di Roma si fanno ascoltare

Si chiama A spasso per Roma, è una visita guidata da 8 autori che permetterà di girare la città comodamente seduti in libreria. Quando? Il prossimo giovedì 6 luglio alle 20.30 presso "centro copie La Caffarella" a via Arrigo Davila 97-99.

Racconti, poesie, suggestioni teatrali e uno speciale esperimento di narrazione tutto in una serata.
Fra i quartieri visitati, Trastevere, Tor Pignattara e San Lorenzo.
Da un'idea di Silvia Lombardo con Clara Cerri.
Con la partecipazione della Palombi Editori.

E poi ci sono anche io, anzi c'è anche lei nelle vie del suo quartiere, San Lorenzo. Lei è mia nonna, che qualche tempo fa mi ha raccontato per la centesima volta il bombardamento delle strade e dei palazzi che ama tanto. Solo che quella volta ho acceso il registratore e oltre a lei ho raccolto la storia di molti altri bambini di allora. Quella storia è diventata un audio doc per Radio Tre Rai, per il ciclo Memorie di carta, dedicato al ritrovamento di lettere, diari, pagelle, riviste e ricette da cui rinasce la memoria personale e collettiva. 

Non sappiamo se giovedì 6 luglio lei sarà presente in libreria, deve ancora chiedere... di certo la sua voce timida e sfacciata guiderà la narrazione. Un pezzo di Roma la conosceremo nel passato e in ascolto. 

Vi aspettiamo.

lunedì 3 luglio 2017

Ancora su Fantozzi: il lavoro, le parole e i suoi tempi

Stiamo peggio oggi o ai tempi di Fantozzi?

Alessandro Gilioli su l'Espresso non dà l'altra opzione, non cerca un meglio possibile, esiste solo il peggio e il meno peggio: è dentro questa categoria che si può scegliere, forse. Il titolo del pezzo dedicato alla scomparsa di Paolo Villaggio si muove infatti nella consapevolezza che il lavoro ai nostri tempi sia un orizzonte precario, fatto di situazioni fasulle e di linguaggi che alterano volutamente la realtà.

Quello che manca oggi è l'azienda, la solidità di un contratto e di uno stipendio, l'abitudine rassicurante di incontrare le stesse facce di ogni giorno e di provare gli stessi sentimenti anche di odio, l'odio era ammesso ai tempi di Fantozzi.

L'articolo non fa sconti e allo stesso tempo non approfondisce, ma chissà quante volte abbiamo sentito i racconti di genitori, amici più grandi, noi stessi allo specchio del bagno per sapere che è tutto vero e che possiamo chiuderlo proprio noi, il pezzo coi pezzi di realtà mancante.

L'odio di Fantozzi era un sentimento, un legame, una forma di affetto perverso in tempi che non sapevano cosa fosse l'engagement e l'outdoor - uso altre parole per variare quelle dell'autore:-) - in cui si lodava il golfino di lana fatto a maglia per la nipotina della collega amica, perché di fondo si riconoscevano precise carte d'identità, cose persone, ruoli e soprannomi. A pelle non mi sarebbero piaciuti i golfini di lana così la pelle prude ai fuori porta che non siano gite fra amici.

"Non si riesce più nemmeno a ridere, parlando di lavoro, oggi". Finisce così l'articolo, ed è agghiacciante. Bisogna però continuare a narrare il lavoro, cercare le chiavi per riderne e piangerne insieme.







Fantozzi e lo smart working

L'avevo chiesto ad alcuni colleghi, cosa fosse per loro lo smart working. Qualcuno c'aveva preso, qualcuno era andato fuori strada. Mitico David e la sua "camminata tecnologia", smart walking appunto.

Lo chiedevo soprattutto a me stessa quando ero alle prese col badge in entrata, il badge smarrito, il traffico che impazza e la grande città che si blocca, gioie e dolori della vita in comunità. La vita dell'impiegato, insomma, più libero ora o più cattivo? Senza cravatta ma davvero mai più costretto?

Le domande che mi assillavano l'avevo fatte a manager, sindacalisti, impiegati e perfino al fisioterapista che ci rimetteva a posto la schiena e lo spirito a pezzi. Le risposte e il sentiero che si apriva erano finiti dentro l'audio documentario Smart working. Contro il logorio della vita moderna, con un chiaro omaggio nel titolo a Ernesto Calindri e al suo aperitivo a base di carciofo in mezzo a una strada. Lo vorrei vedere oggi.

Questa è la prima puntata dell'audio doc andato in onda in cinque puntate per RadioTre Rai, è quella a cui sono più affezionata per tanti motivi e perché c'è anche lui, Fantozzi, il ragioniere più famoso e bistrattato anzi logorato d'Italia, protagonista della vita da impiegato e dell'ufficio che fu.

Nel 2015 Fantozzi festeggiava i 40 anni, è passato tanto tempo. Eppure a me pare che anche se cerchiamo di essere più smart, sul lavoro e in altri ambiti, certe ansie, certi riti, certe pratiche non solo di carta resistano al tempo e ci tengano ancora in bilico fra il desiderio di lavoro agile, quello svolto anche in ambienti diversi dall'ufficio e rispetto ai tempi dell'organizzazione, e la macchinetta del caffè.

A Paolo Villaggio che oggi ci lascia, tutti i sospiri che facevamo guardandolo in tv e soffrendo con lui.





lunedì 12 giugno 2017

Orecchie e la maestra realtà di Carver

Una mattina ti svegli con un fischio alle orecchie. E te lo porti dietro tutta una giornata vissuta in bianco e nero fra familiari e sconosciuti che ti sembrano più assurdi di quello che sapevi. E il fischio rimane, e il fastidio cresce. Fino alla scena finale.

Il film si chiama Orecchie, di Alessandro Aronadio, conta l'attore Daniele Parisi come protagonista e tanti volti noti, tutti bravissimi nella loro controparte che ben ci sente e anzi contribuisce attivamente agli stordimenti surreali della vita. I miei preferiti sono Piera degli Esposti giornalista cinica e folle, Rocco Papaleo sacerdote distratto ma mica scemo.



Lui, la fidanzata, il prete - Orecchie

"Dopo che se ne fu tornato letto, si ripassò la lingua sui denti. Magari era solo una cosa a cui doveva abituarsi. Ma non era tanto sicuro. Poco prima di addormentarsi, era quasi riuscito a non pensarci più. Gli venne in mente il caldo che aveva fatto quel giorno e i bambini che sguazzavano nell'acqua... come cantavano gli uccelli quella mattina. Ma a un certo punto, durante la notte, lanciò un urlo e si svegliò tutto sudato, gli pareva di soffocare. No, no, continuava a ripetere, scalciando le coperte. La moglie si spaventò, perché non capiva cosa gli stava succedendo".

Questa è la fine di Il pelo, racconto di Raymond Carver, inserito da minimum fax nella raccolta del 2002 Per favore, non facciamo gli eroi.

Un racconto di estrema sintesi, di situazioni e camminamenti, come è il film Orecchie in cui il dato di realtà - qui il fischio all'orecchio come il pelo fra i denti lì- può essere segno di qualcos'altro. Ma in Carver la parola "esistenziale" non viene mai fuori, si può solo intuire e la soluzione al problema non c'è. Non c'è infatti nessuna scena finale eclatante come invece nel film, nessun moralismo, ci mancherebbe. E al lettore quel fastidio rimane. Capolavoro.

Insomma, il pelo dà più fastidio dell'acufene. Uomini e donne del suono, sappiatelo.




domenica 18 settembre 2016

Al MACRO di via Nizza a Roma perdi e guadagni tempo

Se a Roma il tempo è incerto vale la pena rischiare e camminare guardando all'insù oppure scegliere da subito un posto al chiuso ma che permetta, in qualche modo e in modo originale, di farci uscire se possibile e se ci va.

Uno di questi posti è il MACRO a via Nizza, il Museo d'Arte Contemporanea che di domenica soprattutto rende la mia città più europea, più semplice da girare, direi perfino organizzata e profumata. Non è un elogio al museo in sé ma al tempo lento che richiede visitare un luogo e una mostra e immaginare... altri giorni.

Fino al 27 novembre, a proposito di giorni, è in mostra Roma Pop City 60-67: dipinti, sculture, fotografie, installazioni e video degli artisti della cosiddetta "Scuola di piazza del Popolo". Ne conoscevo alcuni, come Mimmo Rotella, Mario Schifano, ignoravo Mario Ceroli e Tano Festa, per dirne alcuni. "Ignorantella in libertà", pronta però a scoprire e a tentare di fermare emozioni e pensieri.

Tano Festa, Armadio con cielo, 1964
Mi sarei portata a casa Armadio con cielo, di Tano Festa, per dirne una.

Così grata a chi ha conosciuto la città degli anni Sessanta e l'ha trasformata in arte, arte popolare, "pop" appunto, fotografando e rielaborando cartelli stradali, biglietti dell'autobus, cemento armato e ferraglia.

E poi sono entrata nella "stanza del tempo" e lì mi sono persa.
Mostra nella mostra, più di una stanza, in realtà, al primo piano del museo, è dedicata al tempo indagato da molti artisti.

Due opere mi hanno colpito più di tutte, forse perché tutte e due hanno a che fare con la carta e hanno risvegliato la nativa analogica che vive digitale, che sono io.

La prima opera è Sono stata io. Diario 1900-1999, di Daniela Comani, che racconta il XX secolo riportando una serie di date e fatti battuti a macchina e in prima persona, da cui il titolo dell'opera. Emozionante.

Daniela Comani, Sono stata io. Diario 1900-1999


Il gioco che si può fare qui è doppio, trovare la data del proprio compleanno e scoprire "dov'eri" nella storia quel giorno e cosa hai fatto. Oppure, leggere ad alta voce, un visitatore dopo l'altro tutto il muro che ospita l'opera: ne esce una storia collettiva in cui ognuno ha fatto la propria parte, buona o cattiva senza giudizio.

Non ho potuto evitare di fare un selfie, forse uno dei pochi che ho, in mezzo alle parole e ai numeri e alla storia.



Chiara Camoni, Dieci Giorni, 2003-2016
L'altra opera è di Chiara Camoni, Dieci Giorni. Si tratta di una performance in cui l'artista invita i visitatori ad accettare un suo personalissimo dono, quello dei 10 giorni cancellati dalla Riforma del calendario gregoriano, trovati e da restituire. Un gesto simbolico, certo, che lega artista "in remoto" e visitatore in sala, spezza ancora una volta il tempo e proprio col tempo fa il regalo che tutti abbiamo accettato con gioia, dieci giorni usciti dal conto della storia, quasi un'altra rivoluzione copernicana. "Ho in mano un pezzo di tempo", dice l'artista nelle scritte a parete, e io sono uscita dal museo con il foglio che certifica il dono più caro.

Ah, al MACRO c'è anche Kentridge, Triumphs and Laments, ossia i bozzetti che ammiriamo lungo il Tevere, tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini. Ma questa è un'altra storia.