mercoledì 27 luglio 2016

Poetry, il film

L'ho visto ieri in tv, Poetry, non lo conoscevo. Regia di Lee Chang-dong, anno 2010. 
A parte un paio di interruzioni me la sono gustata tutta... la poesia quando il resto è melma. Invece è poesia per chi con la realtà traffica e riesce a trascenderla. Sconsigliato per chi cerca azioni sangue ragioni. Anzi, forse consigliatissimo.



Con la splendida attrice Yu Lunghe, al centro di una storia che riguarderebbe altri ma di cui diviene protagonista nel momento in cui inizia a osservare una piccola parte di mondo e arrivare forse a migliorarlo... con una poesia.

Guarda il trailer 






domenica 24 luglio 2016

Chi l'ha detto? ... quello di Barbiana

Ancora una volta mi accorgo di quanto poco so di uno dei miei maestri, quelli che insegnano nel tempo a distanza.
Pensiero ritrovato e condiviso:-) Pensiero quanto meno attuale.


"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri".

don Lorenzo Milani






venerdì 8 luglio 2016

Dei delitti e delle pene, ricordi di scuola

Un giorno l'insegnante di lettere ci chiese: sei a favore o contro la pena di morte? Penso fosse uno dei maldestri tentativi della scuola per inserirsi nei temi sociali e uscire fuori dai libri e dalla letteratura. La mia, in particolare, ci faceva stare al riparo dalle questioni di vita e morte quotidiane che ci arrivavano attraverso i secoli dalla voce di scrittori e poeti. C'era poco spazio per l'attualità e per dire la nostra. Non era un male in toto ma neanche un bene.

La domanda quindi fu ancora più spiazzante. Penso che forse derivasse dalle pagine di Manzoni... sì, deve essere stato lui e suo nonno materno Cesare Beccaria con Dei delitti e delle pene a far venire in mente alla prof l'assurda domanda.

Assurda perché già preferivo immergermi in un'epoca e in una storia anziché costruire ponti improvvisati fra avi e posteri, assurda perché ero sicura che tutte noi, classe al femminile, avremmo esclamato senza dubbio: contro, prof, siamo contro la pena di morte, ma che domanda è la tua?

E invece fu un coro di dubbi e di risposte incerte, un tappeto sonoro di "chi sbaglia paga", "se tu mi uccidi perché io no?" E io pensavo che quantomeno "no, non puoi uccidere a tua volta perché già sei morto, accidenti. Un po' di logica". Però restai zitta, e quindi sbagliai alla grande, i dubbi vennero pure a me che volevo essere fuori dal coro e invece cantavo come tutte le altre.

Solo la compagna di classe etiope articolò un pensiero che usciva dal modello referendum e aggiungeva considerazioni personali... erano dure, ricordo, sofferte, a favore della vita. Portò a compimento il suo pensiero la stessa prof: "Io sono contro la pena di morte perché sono cristiana".

Mi spiazzò. Nella scuola cattolica quella mica era la dichiarazione per salvarsi il posto di lavoro e da parte nostra ottenere un buon voto, non si giocava così, lo sapevamo da tempo, e meno male. Quella era la verità che dicevamo di avere in tasca e che fino a pochi minuti prima proprio in tasca l'avevamo ricacciata. Subito a cercare parabole evangeliche per farci credere ancora alla salvezza dell'uomo già sulla terra, subito a guardare Barseba che toccava nervosa il ciondolo con la piccola croce che portava al collo e che in Arabia Saudita doveva nascondere ai controlli in aeroporto, subito a pensare... "ma era così semplice, perché la risposta non mi è venuta spontanea? Perché mi sono vergognata, perfino?"

Eh, perché semplice in fin dei conti non è, perché il rischio di rimanere al primo stadio dell'evoluzione come esseri umani lo corriamo a ogni età e ben vengano tutti i libri che ci dicono di aprire e leggere per crescere assieme alla comunità di uomini e donne come noi e anche diversi da noi. Ben venga una prof non proprio amata che in quell'occasione non mi diede fastidio come al solito ma mi permise di sentire fastidio per me stessa e per la classe in cui stavo: saremmo state in grado di crescere davvero, piccole donne senza coraggio?

Certo, ancora una volta, aveva ridotto a zero ogni pensiero illuminista sulla pena di morte e aveva scavalcato Beccaria abbracciando la pietà del nipote Manzoni, aveva pure osato proclamare la sua e la nostra religione, così, senza pudore e a voce alta.

Poi siamo cresciute e coi fatti di cronaca che qualcuna di noi vive in prima persona siamo sempre più alle prese con le scelte per restare umani davvero, con la bontà da riconoscere e usare ogni giorno e mai una volta per tutte. Incredibile quanto sia facile dimenticare.

L'università che ho frequentato aveva una targa all'ingresso che ho subito considerato un benvenuto fra persone adulte e responsabili del bene comune. La targa diceva più o meno così: questa università rifiuta e condanna ogni forma di fascismo e razzismo. Ero a casa. E anche dentro casa, ci fossero stati episodi di fascismo e razzismo io li avrei rifiutati e condannati, chiamati col loro nome, per la Costituzione che studiavo, per il Vangelo che cercavo di vivere, per quell'antipatica della prof di lettere che a scuola mi metteva sempre in difficoltà (e poi io avrei scelto di leggere e scrivere tutta la vita).

Ecco, per ogni fatto di razzismo e fascismo che uccide l'uomo e il suo spirito vale la pena togliersi le cuffie e riconoscere il delitto e assegnare la punizione, errore blu, pure sottolineato. E continuare ad amare, nonostante tutto.






Le cuffie mi tengono caldo

Ho diversi amici che vivono in cuffia. Mi piace guardarli mentre si staccano dalla sedia su cui sono seduti, escono dalla stanza in cui lavorano e trafficano coi suoni di una realtà che sta da un'altra parte, chissà dove. Restano inchiodati alla sedia, beninteso, magari consumano sigarette, caramelle, coca-cola per convivere con lo stress di non voler mollare un passaggio, una voce, una nota, ma in quei minuti e in quelle ore la loro vita è dentro quello che succede in cuffia. Se urli ti sentono, sì, ma non ti danno attenzione, del resto appartieni a un mondo che in quel luuuungo momento non serve più, è già lontano.

Poi è bello tornarci per cenare insieme, per leggere un'email, per ridere del condominio e organizzare le vacanze, ma quello che succede in cuffia è un'altra cosa.

Io in cuffia ci lavoro, a volte, e le metto di notte per ascoltare qualche lavoro audio che disturberebbe i vicini. Ecco, nel momento stesso in cui faccio il gesto di portarle alle orecchie mi carico di responsabilità e di attesa verso quello che succederà dentro la morbida pelle che mi isola dal mondo di tutti. Inizia il viaggio: faticoso, snervante a volte, appassionato se sto curando il montaggio di un'intervista audio, incuriosito e affascinato se la storia è di un altro e io mi ci immergo rendendo grazie alla perizia e all'amore di chi me l'ha regalata.

Beatlesphones

Dentro le cuffie può succedere di tutto, eppure io sto protetta, nella cuccia in esplorazione del mondo. Sono freddolosa, le cuffie mi tengono caldo e pure in estate non mi danno fastidio. Mi fanno sentire vicina a tutti quelli che nello stesso momento compiono il gesto sacro dell'isolamento e della concentrazione che porta alla diffusione di una novità.
Se non ci fosse quel primo gesto non ci sarebbero una musica e una storia da condividere poi.

Ecco, al pari del primo gesto di indossarle, quello finale di togliersele soddisfatti e anche sudati è altrettanto bello e sacro. Perché poi dalle cuffie devi uscire, proprio come quando chiudi l'ultima pagina del libro e ti confronti coi piatti della sera prima che ti salutano dal lavandino: i suoni di un altro mondo ti ronzano in testa e ti permettono di non disperarti se un piatto si rompe, le bollette ti aspettano, tuo figlio ha preso la varicella ed è estate.

... La foto sopra è presa dal sito Archiviostore, dal pezzo che racconta in breve la storia delle cuffie.






martedì 28 giugno 2016

"Bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto"

"Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto".

(Lettera ai giudici - don Milani)

Càpito per caso sulla pagina Facebook dedicata a don Lorenzo Milani e mi attira la frase che ho copiato e incollato in apertura del post. In particolare mi piace il richiamo a sentirsi "l'unico responsabile di tutto".

In famiglia, a casa, chi butta la spazzatura, chi manda l'email, chi sbaglia e chi paga, cioè tutti, chi riceve il premio e chi lavora a prescindere, chi si rifiuta di eseguire e ci mette anima e corpo.

Questo secondo me è fare la rivoluzione: scardinare i luoghi comuni, il lamento facile e mai tirarsi indietro anche se non direttamente coinvolti in una situazione, bella o brutta. Porterà un sacco di problemi, e il sacco resta.

Mi sembra un buon modo di tornare a scrivere e ascoltare "parole in cuffia".






sabato 4 giugno 2016

Colti sul fatto, frammenti di storie audio

Si chiama Random Tape ed è il blog in cui il radio producer indipendente David Weinberg raccoglie originali registrazioni di fatti, persone, episodi della vita di tutti i giorni. Lui dice che non si tratta di vere e proprie storie, piuttosto di squarci temporali in cui qualcosa di completamente inaspettato accade e ci cambia le carte finora messe in tavola.
Non c'è allora un inizio, uno svolgimento, una fine, insomma la classica struttura delle storie che possono andare bene in radio, ma "momenti audio" colti sul fatto e poi riproposti nel blog.

"We all have those moments in our lives where we are going about our daily routine and all of a sudden something completely unexpected happens and shakes us out of reality for a brief moment. This is what I’m trying to do on Random Tape".

Registrazioni casuali, certo, in realtà sempre curate, a volte la sua voce solo, e la curiosità di sapere di più sulle altre voci che ascoltiamo. No, non è un'esperienza frustrante, entrare nella storia già cominciata e uscirne quando ancora deve finire. Del resto accade così proprio nella vita di tutti i giorni: provate a fare rec a un certo punto della vostra giornata e poi a spegnere di colpo. Poi passate il nastro (! dovevo usare ancora questa parola che fa esperienza!) a uno sconosciuto per strada e a osservarne la reazione. Dopo avervi preso per matti non vi ringrazierà mai abbastanza per essere riuscito a entrare nella "vita degli altri", la vostra, e aver compreso tutto, più che della sua.
Gli rimangono tante domande, dubbi, perfino timori ma il più è fatto: la curiosità non sarà mai sazia, l'immaginazione è al potere, le connessioni fra i vostri silenzi, i colpi di tosse, la voce che si fa più bassa, a volte, gli stanno aprendo un mondo che non sarebbe riuscito a intravvedere altrimenti neanche guardandovi da una vita.

Vale la pena provarci, vale la pena cominciare ad ascoltare e a cogliere qualche random tape.
Io li chiamo "cortoascolti" e amo farli anche io. Ma i miei per ora sono troppo random, e sono qui:-)






domenica 22 maggio 2016

Corpo a corpo, 7 minuti per dirci chi siamo

E poi accade che ricevi una email a cui tenevi ma che ti eri scordata nella lista dei desideri. La mail ti informa che sei tra i selezionati al premio L'anello debole all'interno del Capodarco l'Altro festival.

Non sei tu tra i selezionati, a dire il vero, ma un lavoro a cui tieni, piccolo anzi breve ma prezioso per diverse ragioni. Si chiama Corpo a corpo, gli hai dato questo nome perché i due protagonisti li hai conosciuti così, per una stretta di mano e qualche parola di troppo, perché loro non hanno paura di confrontarsi con ogni cellula di sé ogni volta che si incontrano e ti incontrano, perché noi tutti conosciamo col corpo e il suono passa di lì. Si tratta di 7 minuti di un lavoro audio che ora aspetta il giudizio della "giuria di qualità", brivido. E poi di quella popolare, altro brivido.

Questa la scheda dell'opera, poche righe anche qui, e i 7 minuti di Corpo a corpo.

Promosso dalla Comunità di Capodarco di Fermo, il premio "L'anello debole" è importante perché tratta di "temi sociali", viene assegnato alle migliori produzioni video e audio di tipo giornalistico e di fiction che affrontano temi sociali, primissimo e ultimo brivido.

Quello che a me qui preme dire - al di là dell'emozione dell'email informativa e del senso di responsabilità che mi ha preso dopo, più che durante la registrazione del pomeriggio insieme a Francesco e Simone, i protagonisti del mio lavoro - è quanto sia bello, inaspettato e sfacciatamente intrigante poter chiacchierare con ogni persona uguale e diversa da te. Mica è detto mica è facile.
E' sempre una scommessa con se stessi, l'altro e il mondo tutto quando uno della partita decide di fidarsi e si lascia andare, tu accendi il registratore, te lo scordi e a volte non vuoi fare neanche più i conti con l'ambiente e i guai che ti porterà stare in un salone che riverbera: quello che conta sono le facce, la voce, la conversazione che va liscia e quei tanti minuti, che alla fine saranno 7, per dirci chi siamo.

Ecco, mi piacerebbe che ognuno di noi trovasse spesso 7 minuti per incontrare qualcuno e scoprire se stesso. Anche senza registratore, anche senza premio.