domenica 28 agosto 2016

Ogni caso

Ogni caso


Poteva accadere.
Doveva accadere.
E' accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E' accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l'ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un'ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c'era un bosco.
Per fortuna non c'erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno, un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull'acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba, a un passo, a un pelo da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall'attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c'è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.


Wislawa Szymborska, Elogio dei sogni



venerdì 26 agosto 2016

La "matriciana" e le vacanze familiari

La "matriciana", mi sbagliavo sempre, da piccola, la chiamavo così. E i miei genitori mi correggevano, a tavola e sulla scrivania. E mio padre mi spiegava che il piatto di spaghetti che mi piaceva tanto veniva da un paese non lontano da Roma ma neanche vicino, un paese in provincia di Rieti così vicino all'Abruzzo che fino al 1927 ne faceva parte. Con gente ospitale, da visitare come tanti sull'Appennino.

"Perché non ci andate in gita?" Suggeriva sempre mio padre ai tempi di scuola e io lo prendevo in giro, perché i nomi e i desideri dei primi viaggi erano Firenze e Venezia, Praga e Parigi: volevamo espanderci, superare i confini, rimanere in città. Amatrice, questo il nome del paese delle nostre conversazioni, era troppo vicino, troppo popolare, troppo da vacanza dai nonni. Troppo poco.

E infatti non ci siamo andati, io non ci sono mai stata, ad Amatrice. E raddoppio lo stato in luogo apposta, per dire quanto sia stata stupida e colpevole di ignoranza, ferma a pregiudizi e alla ricerca di posti lontani, non italiani, non familiari. Ferma da 20 anni.

Sono 20 anni che non torno nelle case dei nonni, in Umbria e nell'alto Lazio, le case di montagna che il 24 agosto hanno "ballato" sopra i sussulti del terremoto ma che hanno retto, avvezze ai movimenti e alla storia e agli errori del passato pure se i segni si vedono tutti.

20 anni che faccio vacanze familiari a singhiozzo, col contagocce o trovate altre frasi fatte per dire insomma che le evito, forse perché le case che le ospitano sono diventate troppo grandi per una famiglia che si è ristretta nel tempo.

Eppure non riesco a smettere di pensare ai molti che sono andati a trovare i parenti questa estate ad Amatrice e nei paesi vicini. Che avevano deciso di fare le vacanze familiari nelle case dei nonni, con i soliti quadri appesi alle pareti, i fiori finti, i piatti tipici, le processioni di Ferragosto, i fuochi d'artificio e la banda. Insomma, le certezze.

Mi porto un cumulo di ricordi e vedo in televisione un cumulo di macerie. Le sento addosso. Forse sto invecchiando, forse il racconto dei media è riuscito nell'intento, sta di fatto che a quelle case di quel paese che non ho conosciuto - finora - io mi sento legata. Ricomincerò a scoprire quelle di famiglia, a preparare valigie leggere non per l'imbarco in aereo ma per viaggi in macchina con sosta al primo autogrill, semplicemente a stare vicino.






mercoledì 27 luglio 2016

Poetry, il film

L'ho visto ieri in tv, Poetry, non lo conoscevo. Regia di Lee Chang-dong, anno 2010. 
A parte un paio di interruzioni me la sono gustata tutta... la poesia quando il resto è melma. Invece è poesia per chi con la realtà traffica e riesce a trascenderla. Sconsigliato per chi cerca azioni sangue ragioni. Anzi, forse consigliatissimo.



Con la splendida attrice Yu Lunghe, al centro di una storia che riguarderebbe altri ma di cui diviene protagonista nel momento in cui inizia a osservare una piccola parte di mondo e arrivare forse a migliorarlo... con una poesia.

Guarda il trailer 






domenica 24 luglio 2016

Chi l'ha detto? ... quello di Barbiana

Ancora una volta mi accorgo di quanto poco so di uno dei miei maestri, quelli che insegnano nel tempo a distanza.
Pensiero ritrovato e condiviso:-) Pensiero quanto meno attuale.


"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri".

don Lorenzo Milani






venerdì 8 luglio 2016

Dei delitti e delle pene, ricordi di scuola

Un giorno l'insegnante di lettere ci chiese: sei a favore o contro la pena di morte? Penso fosse uno dei maldestri tentativi della scuola per inserirsi nei temi sociali e uscire fuori dai libri e dalla letteratura. La mia, in particolare, ci faceva stare al riparo dalle questioni di vita e morte quotidiane che ci arrivavano attraverso i secoli dalla voce di scrittori e poeti. C'era poco spazio per l'attualità e per dire la nostra. Non era un male in toto ma neanche un bene.

La domanda quindi fu ancora più spiazzante. Penso che forse derivasse dalle pagine di Manzoni... sì, deve essere stato lui e suo nonno materno Cesare Beccaria con Dei delitti e delle pene a far venire in mente alla prof l'assurda domanda.

Assurda perché già preferivo immergermi in un'epoca e in una storia anziché costruire ponti improvvisati fra avi e posteri, assurda perché ero sicura che tutte noi, classe al femminile, avremmo esclamato senza dubbio: contro, prof, siamo contro la pena di morte, ma che domanda è la tua?

E invece fu un coro di dubbi e di risposte incerte, un tappeto sonoro di "chi sbaglia paga", "se tu mi uccidi perché io no?" E io pensavo che quantomeno "no, non puoi uccidere a tua volta perché già sei morto, accidenti. Un po' di logica". Però restai zitta, e quindi sbagliai alla grande, i dubbi vennero pure a me che volevo essere fuori dal coro e invece cantavo come tutte le altre.

Solo la compagna di classe etiope articolò un pensiero che usciva dal modello referendum e aggiungeva considerazioni personali... erano dure, ricordo, sofferte, a favore della vita. Portò a compimento il suo pensiero la stessa prof: "Io sono contro la pena di morte perché sono cristiana".

Mi spiazzò. Nella scuola cattolica quella mica era la dichiarazione per salvarsi il posto di lavoro e da parte nostra ottenere un buon voto, non si giocava così, lo sapevamo da tempo, e meno male. Quella era la verità che dicevamo di avere in tasca e che fino a pochi minuti prima proprio in tasca l'avevamo ricacciata. Subito a cercare parabole evangeliche per farci credere ancora alla salvezza dell'uomo già sulla terra, subito a guardare Barseba che toccava nervosa il ciondolo con la piccola croce che portava al collo e che in Arabia Saudita doveva nascondere ai controlli in aeroporto, subito a pensare... "ma era così semplice, perché la risposta non mi è venuta spontanea? Perché mi sono vergognata, perfino?"

Eh, perché semplice in fin dei conti non è, perché il rischio di rimanere al primo stadio dell'evoluzione come esseri umani lo corriamo a ogni età e ben vengano tutti i libri che ci dicono di aprire e leggere per crescere assieme alla comunità di uomini e donne come noi e anche diversi da noi. Ben venga una prof non proprio amata che in quell'occasione non mi diede fastidio come al solito ma mi permise di sentire fastidio per me stessa e per la classe in cui stavo: saremmo state in grado di crescere davvero, piccole donne senza coraggio?

Certo, ancora una volta, aveva ridotto a zero ogni pensiero illuminista sulla pena di morte e aveva scavalcato Beccaria abbracciando la pietà del nipote Manzoni, aveva pure osato proclamare la sua e la nostra religione, così, senza pudore e a voce alta.

Poi siamo cresciute e coi fatti di cronaca che qualcuna di noi vive in prima persona siamo sempre più alle prese con le scelte per restare umani davvero, con la bontà da riconoscere e usare ogni giorno e mai una volta per tutte. Incredibile quanto sia facile dimenticare.

L'università che ho frequentato aveva una targa all'ingresso che ho subito considerato un benvenuto fra persone adulte e responsabili del bene comune. La targa diceva più o meno così: questa università rifiuta e condanna ogni forma di fascismo e razzismo. Ero a casa. E anche dentro casa, ci fossero stati episodi di fascismo e razzismo io li avrei rifiutati e condannati, chiamati col loro nome, per la Costituzione che studiavo, per il Vangelo che cercavo di vivere, per quell'antipatica della prof di lettere che a scuola mi metteva sempre in difficoltà (e poi io avrei scelto di leggere e scrivere tutta la vita).

Ecco, per ogni fatto di razzismo e fascismo che uccide l'uomo e il suo spirito vale la pena togliersi le cuffie e riconoscere il delitto e assegnare la punizione, errore blu, pure sottolineato. E continuare ad amare, nonostante tutto.






Le cuffie mi tengono caldo

Ho diversi amici che vivono in cuffia. Mi piace guardarli mentre si staccano dalla sedia su cui sono seduti, escono dalla stanza in cui lavorano e trafficano coi suoni di una realtà che sta da un'altra parte, chissà dove. Restano inchiodati alla sedia, beninteso, magari consumano sigarette, caramelle, coca-cola per convivere con lo stress di non voler mollare un passaggio, una voce, una nota, ma in quei minuti e in quelle ore la loro vita è dentro quello che succede in cuffia. Se urli ti sentono, sì, ma non ti danno attenzione, del resto appartieni a un mondo che in quel luuuungo momento non serve più, è già lontano.

Poi è bello tornarci per cenare insieme, per leggere un'email, per ridere del condominio e organizzare le vacanze, ma quello che succede in cuffia è un'altra cosa.

Io in cuffia ci lavoro, a volte, e le metto di notte per ascoltare qualche lavoro audio che disturberebbe i vicini. Ecco, nel momento stesso in cui faccio il gesto di portarle alle orecchie mi carico di responsabilità e di attesa verso quello che succederà dentro la morbida pelle che mi isola dal mondo di tutti. Inizia il viaggio: faticoso, snervante a volte, appassionato se sto curando il montaggio di un'intervista audio, incuriosito e affascinato se la storia è di un altro e io mi ci immergo rendendo grazie alla perizia e all'amore di chi me l'ha regalata.

Beatlesphones

Dentro le cuffie può succedere di tutto, eppure io sto protetta, nella cuccia in esplorazione del mondo. Sono freddolosa, le cuffie mi tengono caldo e pure in estate non mi danno fastidio. Mi fanno sentire vicina a tutti quelli che nello stesso momento compiono il gesto sacro dell'isolamento e della concentrazione che porta alla diffusione di una novità.
Se non ci fosse quel primo gesto non ci sarebbero una musica e una storia da condividere poi.

Ecco, al pari del primo gesto di indossarle, quello finale di togliersele soddisfatti e anche sudati è altrettanto bello e sacro. Perché poi dalle cuffie devi uscire, proprio come quando chiudi l'ultima pagina del libro e ti confronti coi piatti della sera prima che ti salutano dal lavandino: i suoni di un altro mondo ti ronzano in testa e ti permettono di non disperarti se un piatto si rompe, le bollette ti aspettano, tuo figlio ha preso la varicella ed è estate.

... La foto sopra è presa dal sito Archiviostore, dal pezzo che racconta in breve la storia delle cuffie.






martedì 28 giugno 2016

"Bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto"

"Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto".

(Lettera ai giudici - don Milani)

Càpito per caso sulla pagina Facebook dedicata a don Lorenzo Milani e mi attira la frase che ho copiato e incollato in apertura del post. In particolare mi piace il richiamo a sentirsi "l'unico responsabile di tutto".

In famiglia, a casa, chi butta la spazzatura, chi manda l'email, chi sbaglia e chi paga, cioè tutti, chi riceve il premio e chi lavora a prescindere, chi si rifiuta di eseguire e ci mette anima e corpo.

Questo secondo me è fare la rivoluzione: scardinare i luoghi comuni, il lamento facile e mai tirarsi indietro anche se non direttamente coinvolti in una situazione, bella o brutta. Porterà un sacco di problemi, e il sacco resta.

Mi sembra un buon modo di tornare a scrivere e ascoltare "parole in cuffia".