martedì 11 febbraio 2014

Inchiesta audio sui call center

Parole in cuffia non è solo questo blog ma un audio dramma sul lavoro nella radio e nel call center, legati dalla paradossale continuità dell'oggetto cuffie, così diverse.

Da oggi va in onda su Radio Articolo1 l'inchiesta di Ornella Bellucci sui call center. Ogni settimana alle 17.30 per otto puntate.

Passa il tempo, la situazione all'interno di alcuni call center si è stabilizzata come i contratti di lavoro, in altri si va all'estero e la paga è sempre più bassa.

Il lavoro si può raccontare in tanti modi, il call center anche.




martedì 4 febbraio 2014

Il nuovo linguaggio aziendale, il senso della comunità

Negli ultimi anni nella comunicazione interna all'azienda girano parole come "condivisione", "comunità", "comunione" e perfino "benedizione". Girano all'interno di aziende grandi che, forse per paura di disperdere il sapere e per rafforzare il senso di identità, prima cercavano di fare squadra, poi, passata la metafora sportiva, hanno cercato di fare gruppo e oggi vogliono essere una comunità. Parola bellissima, però.

"Più persone che vivono in comune, sotto certe leggi e per un fine determinato" devono vivere insieme gli stessi valori, e non un giorno ma tutti i giorni alla prova. Devono sapere cosa rischiano se non rispettano le leggi e conoscere il fine verso cui tendono, e non un giorno ma tutti i giorni alla prova. Perché può darsi che quel fine cambi così come le leggi che governano il movimento, i processi. Può darsi che cambino pure i valori. La comunità si costruisce con persone consapevoli di tutto ciò.

E mentre nascono comunità di famiglie professionali - e la famiglia è sempre un valore in sé, e in azienda non entra la discussione della famiglia allargata o solo con genitore1 o genitore 2 e in famiglia siamo tutti uguali, ascoltiamo e parliamo senza giudizi - si rafforza la figura del capo, da cui si aspetta, per un progetto così come per una mail, l'approvazione, un ok, qualcuno dice la benedizione. Brivido uno.

Brivido due è quando mi chiamano proprio per una "condivisione" o mi inviano un documento per lo stesso motivo: mi aspetto colleghi in circolo alle prese con i loro più intimi segreti e ansiosi di ascoltare qualche parola risolutiva. Vedo persone che sbattono i pugni sul tavolo perché sono arrivati secondi nella risposta a un quesito o perché non sono loro a coordinare un gruppo di lavoro, una micro comunità, se vogliamo. Ascolto le stesse persone che in condivisione si confessano e chiedono anche l'assoluzione, brivido tre.

Abbiamo bisogno di riti e siamo esseri sociali, d'accordo, c'è uno spirito francescano nell'aria, va bene, ma, senza liquidare la faccenda che comunque merita più di questo semplicistico post, al termine di riunioni numerose e rumorose mi chiedo sempre: il lavoro chi lo fa? 






sabato 1 febbraio 2014

Il lavoro agile. Che poi è l'ovvio, vero Fantozzi?

"La verità è che il part time non è funzionale al nostro lavoro". Non ho risposto a questa affermazione in ufficio, qualche giorno fa. Per due motivi, il primo è che dati alla mano (numero pezzi prodotti, risparmio energetico, ticket saving che fa figo, pratiche burocratiche sbrigate in minor tempo) può essere smentita. Per non parlare degli elementi non misurabili che porta con sé: qualità delle relazioni, energie e idee liberate, maggiore concentrazione e precisione. Il secondo motivo è che l'affermazione è... vera. Non è il part time in sé a dare alcuni dei vantaggi misurabili e non misurabili che ricordavo, ma piuttosto il "lavoro agile". Cioè il lavoro gestibile in base alle situazioni, alle priorità, alla necessità di conciliarlo con la vita tutta. Ah, lo hanno chiamato "agile" perché definirlo "flessibile" ci avrebbe fatto ricordare quello che nel tempo è divenuto purtroppo suo sinonimo, cioè "precario".

Il lavoro agile è quello che una quarantina le aziende proveranno a Milano il prossimo 6 febbraio, giornata dedicata appunto allo smartwork, sperimentazione nell'ambito del Piano Territoriale degli Orari. 

"Secondo Adele Mapelli, docente dell’università Bocconi, “Il rito della timbratura impone un confine netto tra vita e lavoro, ma di fatto è ormai impossibile separare vita privata e altri impegni. Mentre il lavoro sconfina nella vita privata, l’orario di lavoro è sempre misurato su una base rigidamente ancorata al luogo fisico dell’ufficio. Nella società della conoscenza, la proposta di forme di flessibilità temporali e spaziali costituisce una risposta necessaria a chi reclama un rapporto di lavoro basato non sulla presenza, ma sui risultati”."

E come farebbe poi Fantozzi senza la folle corsa verso la macchinetta delle timbrature? Come potrebbe rinunciare alla signorina Silvani, il suo sogno d'amore d'ufficio? E anche al suo capoufficio e a tutti i colleghi con cui trascorre le sue tragiche giornate? Ed eccoci al nodo culturale della faccenda. L'abitudine rassicurante di un tempo e di un luogo fatto di riti sociali, fondamentali direi, dove però il lavoro è prima di tutto presenza e non solo, o non per forza, risultati. Dove il lavoro è controllo. Dove vince ancora la macchinetta del caffè, bleah.

Riusciranno le aziende che partecipano alla giornata di Milano a introdurre e regolamentare, come giusto che sia, le tante forme del lavoro agile cogliendone i vantaggi per sé, per il lavoratore, per l'ambiente?

Pensavo a questo quando venerdì scorso, ieri mattina, ero sugli autobus diretta al posto di lavoro. Il "lavoro agile" sarebbe stato funzionale alla giornata di pioggia, all'ambiente inquinato, al risparmio dell'energia di tutti per un suo migliore scopo, la produttività felice. 
Riuscirà Roma almeno a sperimentare quello che è l'ovvio, ragionier Fantozzi? 




sabato 25 gennaio 2014

Dici che il gatto aiuta... la creatività?

"If you want to concentrate deeply on some problem, and especially some piece of writing or paper-work, you should acquire a cat".

Ecco, in queste settimane di irrequietezza dovrei forse seguire il consiglio di Muriel Spark nel romanzo A Far Cry from Kensington e prendermi un gatto, e pensare che prima o poi la sua serenità e il suo semplice stare arriveranno fino a me aiutandomi a dare vita a qualcosa di bello. Del resto, si sa, il gatto si acciambella sotto la lampada della scrivania o davanti allo schermo del computer e la sua soddisfazione farà bene alla mia concentrazione. 

Maria Popova nel suo post How a Cat Boots your creativity mi confonde un po' le idee, a me che pensavo di essere una tipa da cane: più movimento, più fedeltà, se possibile grandi taglie e grandi discorsi. Invece il gatto non li vuole, il suo sentimento non dipende dal mio ma addirittura lo influenza. Dovrei provare ma c'è un però. Maria Popova non conosce Pepita, la gatta di un mio amico con cui lavoro e da cui subisco agguati, da lei, non da lui:-) 

Pepita al lavoro
Pepita vuole lavorare con noi, passeggia davanti allo schermo, si siede sui miei fogli. Pepita mi fissa tutto il tempo, la ignoro ma lei c'è, poi si nasconde e dal suo rifugio trattiene la preda con lo sguardo. No, non mi trasmette serenità né facilita la mia concentrazione. E' piuttosto uno stimolo, una prova da superare, un "nonostante tutto" arrivare alla fine. Pepita dà il ritmo al lavoro e alle pause in base al suo sonno, al suo bisogno, alla sua pappa. E' tensione costante, eppure anche affezione e riconoscimento e perfino parola. Certo nel suo linguaggio, che solo il mio amico capisce. 

Ma Pepita c'è, su questo sono d'accordo col libro citato, e quando dorme, e non la trovo perché è nascosta, noto l'assenza, mi manca il miagolio, la lampada che trema, un filo tirato e l'imprecazione che segue. Noto che anche se non si lascia accarezzare si fa sentire. Non è forse questo quello per cui noi umani ci agitiamo tanto?




martedì 21 gennaio 2014

Il gesto creativo, anzi due

Ecco una delle poche sintesi che mi piacciono. Perché non è detto che dopo la tesi e l'antitesi si debba finire con la sintesi, a meno che non rimanga un qualche scarto che permette ancora il dialogo, che faccia cioè restare i due o più con le loro idee però allargate, più ampie a comprendere nuovi pezzi di realtà e nuovi modi di vederla e ascoltarla.

Ecco, la sintesi che mi è venuta in mente sta nel gesto creativo che in questo caso è doppio: disegno e danza, più precisamente disegno mentre si danza, movimento del corpo che disegna sulla carta le sue tracce mentre le lascia.

Heather Hansen

Guardo e rabbrividisco di fronte alle performance-installazioni che l'artista Heather Hansen realizza per la collettiva The value of a line in mostra presso la Ochi Gallery di Ketchum (Idaho) negli Stati Uniti, fino al 31 marzo 2014. Grandi fogli bianchi e il carboncino nelle mani per realizzare figure avvolgenti mentre ci danza sopra. Non posso smettere di osservare questi capolavori e solo immaginare ciò che si può provare dal vivo, perfino facendolo.

Perché ti viene voglia di buttarti per terra, di sporcare il foglio bianco con te stessa che ci mette l'anima e danza e disegna.

"Il mondo è di tutti e se volete arredarlo con la vostra arte, dovete creare qualcosa che possa essere accessibile al più alto numero di persone". Il critico e curatore Francesco Bonami, in Mamma voglio fare l'artista! dispensa consigli per decide di fare l'artista, sì, perché di una decisione e di un ruolo ben preciso si tratta. ... Una decisione "continuativa", direi, proprio come il gesto di Heather Hansen, guardate qui. 


domenica 12 gennaio 2014

Cos'è un lavoro calamitante?


Rubata agli amici del Tropico del Libro che a loro volta l'hanno rubata alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma dove è in corso la mostra I libri degli altri, sul lavoro editoriale di Italo Calvino nel 90° anno di nascita, l'anno scorso. La mostra chiude il 31 gennaio, pare non sia molto ricca e ben allestita, non ci sono stata ma prima della chiusura andrò a vedere con i miei occhi.

Il mestiere di editor, invece, è tutto orecchie, stimoli continui e silenzio assoluto, ascolto. E' un bel mestiere, in qualsiasi posto si faccia, non solo la casa editrice.

Calvino non è stato il solo scrittore a fare due o più lavori: nelle professioni intellettuali capita spesso, anche per i pochi e saltuari soldi che girano. E capita anche che Franz Kafka lavorasse in un'agenzia assicurativa, che Raymond Carver in una segheria e come fattorino, che Italo Svevo mantenesse il posto in banca per diciotto anni e che Giuseppe Pontiggia, dopo una tesi su Italo Svevo, pubblicasse il suo primo romanzo autobiografico dal titolo La morte in banca. Certi lavori ispirano altri.

Sì, il lavoro d'ufficio è un bozzolo caldo che fa abitudine e sussulta a volte di entusiasmi e di tragedie, è "più facile" delle occasioni che la persona a cui prude la penna e cerca un microfono sarà sempre tentata di cogliere. La domanda è "quando e quanto basta un'occasione". E quindi le domande sono due.



giovedì 9 gennaio 2014

Grafica o estetista?

E quindi buon anno. Il mio è iniziato chiacchierando con un'adolescente che studia da grafica ma che forse lascerà per fare l'estetista. Ho chiesto lumi sul mestiere di estetista conoscendo un po' quello di grafica, l'ho convinta a fidarsi mostrandole bene il mio orribile shatush appena eliminato da testa e capelli. Ebbene, ho scoperto che non sapeva in cosa consiste la scuola da estetista, che la parola scuola le fa paura, che fare l'estetista forse vuol dire non studiare, e quindi... E quindi grafica o estetista non conta, conta prendere la confusione a braccetto, farsi un giro nei centri estetici e nelle scuole così come andare per mostre, osservare le insegne dei negozi e le pubblicità in giro per la città, riuscire a uscire dai confini del quartiere e dei preconcetti. Mi auguro che l'adolescente con lo shatush incontri chi scopra qual è la sua passione e l'accompagni nelle sue scoperte.

In questi giorni di ravvio attività e in cui l'Istat comunica i dati provvisori di occupazione e disoccupazione a novembre (in dodici mesi 351mila persone in più non riescono a trovare lavoro) penso anche al ragazzino che è riuscito a entrare in un'azienda al posto del padre che va in pensione. Ma qui il termine "riuscire" non è corretto, perché implica uno sforzo e una fatica e una tensione verso una meta che non ci sono stati. E anche per lui varrebbe l'invito e l'augurio a trovare chi lo porti fuori dalla logica "e così sei sistemato e non ci devi pensare più", che a vent'anni invece il pensiero va esercitato e indirizzato. Troppo facile occupare una posizione: il lavoro e la vita mica sono una partita a a scacchi. Ma io a scacchi non so giocare, e la mossa che consiglio forse è quella sbagliata. Forse.